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Scorie all'estero, una vittoria per Scanzano Jonico

SCANZANO JONICO (MATERA) - Il decreto Marzano per il trasferimento delle scorie radioattive all'estero a distanza di oltre un anno è implicitamente un'altra vittoria della battaglia della Basilicata e di Scanzano Jonico, in provincia di Matera, dove il Governo aveva deciso di localizzare il deposito unico nazionale. Sempre qui il Governo aveva deciso anche di trasferire tutte le scorie presenti in Italia in via provvisoria.
Scanzano scese in prima linea per due settimane, dal 13 novembre al 27 novembre, dal giorno del decreto in Cdm alla decisione del Parlamento di modificare il decreto del governo depennando l'indicazione geografica di Scanzano Jonico. In pratica, se la decisione del governo fosse passata oggi le scorie che la Sogin porterà all'estero sarebbero state trasferite a Scanzano per essere poi stoccate in via definitiva nel sito geologico da realizzare nel sottosuolo delle cave di salgemma a 650 metri di profondità a Terzo Cavone.
Resta il fatto che tutti gli spettri per Scanzano non sono ancora spariti del tutto perchè potenzialmente il sito potrebbe ancora rientrare nella rosa dei siti da selezionare per il deposito unico nazionale per le scorie radioattive ed i materiali derivanti dallo smantellamento delle centrali.

Scanzano, paese di 7.200 abitanti a vocazione agricola e turistica sulla costa jonica, era stato individuato come deposito unico nazionale di scorie radioattive e materiali nucleari dalla Sogin (la società di gestione degli impianti nucleari). Studi avevano individuato Terzo Cavone come il sito migliore perchè da milioni di anni il sottosuolo era immodificato e perchè il salgemma era una 'sigillaturà naturale che evitava il pericolo di contaminazioni.
Il governo ne decretò la scelta il 13 novembre, il giorno dopo la strage di Nassirya. Nelle intenzioni del governo, a Scanzano, in una miniera sotterranea di salgemma, avrebbero dovuto essere stoccati 80.000 metri cubi di scorie radioattive e materiali nucleari derivanti dallo smantellamento delle centrali italiane. La protesta contro il "cimitero" di scorie nucleari fu immediata.
Il presidente della Regione, Filippo Bubbico, subito dopo aver portato le condoglianze a Sant'Arcangelo di Potenza alla famiglia del maresciallo Filippo Merlino morto in Iraq, parlò di «scelta inopinata» del governo, respingendo l'ipotesi Scanzano come «politicamente e tecnicamente inaccettabile». Immediata fu anche la solidarietà che arrivò alla Basilicata dalla Conferenza Stato-Regioni.
Nello stesso giorno della decisione del governo, poi pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 18 novembre, il Consiglio regionale della Basilicata respinse la scelta del governo.
La mobilitazione crebbe in maniera imponente. Scuole chiuse, serrate dei commercianti, tutti i sindaci in prima fila, siti internet, prime interpellanze parlamentari. Il caso-Scanzano divenne subito una questione di tutta la Basilicata per poi essere trasformata in una «questione meridionale» in cui ancora una volta il Sud rispondeva al «disegno padano» di diventare la pattumiera del Nord.
Lo sdegno della regione fu unanime, coinvolgendo tutti i settori della vita economica, sociale e politica ed anche la Conferenza episcopale lucana, senza distinzioni di carattere politico. Sulla statale Jonica iniziarono i blocchi stradali che poi coinvolsero anche l'autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria, la Matera-Bari, la Basentana e la stazione di Metaponto, snodo ferroviario tra le linee Bari-Crotone, Taranto-Reggio Calabria e Taranto-Potenza dove per molti giorni tutto restò paralizzato o fortemente rallentato.
Il 16 novembre fu il giorno della prima marcia sulla statale Jonica e venne bloccata anche la centrale dell'Enea di Rotondella, a qualche chilometro da Scanzano.
Il 17 novembre il Comune di Scanzano vietò il transito sul proprio territorio di materiali nucleari, con la sola eccezione di quelli per applicazioni mediche e sanitarie, e requisì i pozzi di Terzo Cavone della sottostante miniera di salgemma.
La Basilicata contestò gli studi anche sotto il profilo scientifico, trovando autorevoli sostegni come il Nobel, Carlo Rubbia.
Il 19 novembre, dopo l'infruttuoso incontro a Palazzo Chigi con i ministri, il Consiglio regionale della Basilicata deliberò la Basilicata regione denuclearizzata e avviò le procedure per il ricorso alla Corte Costituzionale per impedire il decreto. L'agricoltura era in allarme: i blocchi danneggiavano i carichi di ortofrutta verso i mercati del Nord e dell'Europa, dove serpeggiavano i primi allarmismi, ma la Basilicata continuò la sua protesta ad oltranza. Anche le regioni limitrofe solidarizzarono con la Basilicata, in particolare Puglia e Campania.

Il 20 novembre il governo lanciò i primi segnali di apertura ed annunciò che lo stoccaggio provvisorio delle scorie attualmente presenti in oltre cento siti italiani non sarebbe più avvenuto a Scanzano come previsto dal decreto. «E' un'apertura importante che ci libera dall'oppressione che le scorie possano arrivare da un momento all'altro», disse il sindaco Mario Altieri (An), al centro di un "giallo" per i suoi presunti incontri con il commissario straordinario per l'emergenza nuclerare, Carlo Jean, o con esponenti di governo prima del decreto, da lui sempre negati. Ma la Basilicata continuò a lottare.
Bubbico, vero portavoce della protesta della Basilicata, giudicò questa risposta «insoddisfacente» e chiese ancora il ritiro del decreto o la cancellazione di Scanzano.
I blocchi restarono e nel mirino dei manifestanti finirono anche la Fiat di Melfi (Pz) ed il Centro oli di Viggiano (Pz), dove ha capo l'oleodotto del greggio per Taranto. La Basilicata era virtualmente in "guerra", "barricata" al suo interno e chiusa ai collegamenti con le altre regioni, per una "resistenza" pacifica.
Si arrivò quindi a domenica 23 novembre, il giorno dell'imponente marcia Policoro-Scanzano sulla Jonica, organizzata dalle segreterie regionali di Cgil, Cisl e Uil. La Basilicata mostrò i muscoli con la partecipazione di 100.000 persone (alla vigilia ne erano attese la metà), anzi anche di più secondo gli organizzatori.
Un fiume di associazioni, partiti, cittadini, famiglie, scuole, bambini, capeggiato da tutti i gonfaloni lucani. Una risposta di orgoglio e fantasia, con moltissimi slogan contro il governo per le preoccupazioni che il sito nucleare potesse trasformare la costa jonica in un «deserto lucano» annullando gli sforzi fatti da 50 anni a questa parte per trasformare una zona paludosa nella California del Sud.
Il segnale lanciato dalla Basilicata fu fortissimo ed il governo fu moralmente e politicamente obbligato a cancellare Scanzano. Lo fece il 27 novembre con un emendamento al decreto che cancellò l'indicazione geografica di Scanzano Jonico. In Basilicata esplose la festa. Il decreto passò poi in Parlamento senza l'indicazione di Scanzano.
Ma i tempi del decreto sono rimasti ancora lettera morta: la commissione che avrebbe dovuto selezionare una rosa di siti idonei al deposito unico nazionale non è ancora stata costituita.

Così in Basilicata la guardia è rimasta sempre alta. E' stato inoltre costituito il Tavolo della trasparenza regionale sulla gestione del nucleare in Basilicata che ora guarda da vicino alle attività interne alla centrale Enea Trisaia di Rotondella. Prevista per lunedì 20 dicembre (ore 17, sala Verrastro della Regione Basilicata) una seduta plenaria.

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