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Dalla Sicilia a Milano: le ombre non dissolte

Dopo quella di Previti, anche la condanna di Dell'Utri è un fatto, così come è un fatto che per chiudere definitivamente il capitolo sarà necessario attendere l'esito degli altri due gradi di giudizio: i legali della difesa hanno già annunciato il ricorso in appello. Inconfutabile è anche l'associazione tra il parlamentare e il presidente del Consiglio, per il quale è durata poco la soddisfazione per l'assoluzione nel processo Sme, macchiata peraltro dalla prescrizione riguardo la vicenda di corruzione verso il Gip di Roma Renato Squillante.
Marcello Dell'Utri è uno degli uomini fidati del Cavaliere, il braccio destro, se si vuole definire braccio sinistro Fedele Confalonieri. Dell'Utri ha fatto carriera insieme con Berlusconi: è stato con lui alla Edilnord, agli albori dell'ascesa dell'uomo di Arcore, dalla quale fu assunto come segretario, e lo ha poi accompagnato fino alla scelta della discesa in politica nel '94. Di Forza Italia Dell'Utri è uno dei fondatori. Si può essere rammaricati per la sentenza, come sostiene il vice presidente del Consiglio, Marco Follini. Si può comprendere la posizione di Renato Schifani, il presidente dei senatori di Forza Italia, per il quale «la Carta costituzionale ci dice che l'innocenza del senatore Dell'Utri rimane integra e che solo dopo la sentenza definitiva potremo trarre una conclusione diversa».
Sacrosanto. Ma, se non altro, la sentenza equivale perlomeno «a una condanna morale di Silvio Berlusconi», come affermato dal senatore a vita, Francesco Cossiga: «Ora sono curioso di sapere dalle motivazioni della sentenza - ha detto l'ex Capo dello Stato - se il beneficiario delle attività pseudo-criminose di Dell'Utri sarà il suo segretario o il presidente del Consiglio».
La provocazione coglie nel segno. Dell'Utri, definito dai pm «cerniera tra mafia, economia e politica», è stato dirigente, poi presidente e amministratore delegato di Publitalia '80, concessionaria di pubblicità televisiva per le tre reti del gruppo Fininvest e di network europei di cui Fininvest è azionista; poi è stato appunto colui che più di ogni altro ha spinto il Cavaliere a candidarsi per «cambiare l'Italia». Insomma, è stato, per l'influenza esercitata, il Richelieu del premier.
Nel quadro delle analogie, si dovrebbe dunque ritenere che il programma di governo ne sia fatalmente influenzato. Tanto che, Antonio Di Pietro, non ha perso tempo nel chiedere che «si vada al voto anticipato». Si pone, insomma, l'interrogativo su un sospetto conflitto di interessi, al confronto del quale la proprietà di televisioni e giornali appare una bazzecola. Quale strategia adamantina l'Italia può presentare agli occhi dell'Europa e del mondo, quali accordi politici ed imprenditoriali possono essere definiti con gli Stati Uniti, all'interno dell'Unione Europea, con la Russia, con la Cina e, soprattutto, con quali interlocutori? E in base a quali interessi?
Guardando al nostro Paese, le grandi opere pubbliche sono il core business di una nazione. Certo, ci sono dati incontrovertibili sulla lotta alla mafia, sul mantenimento del 41 bis. Così come è chiaro che, mentre le manie stragiste della grande criminalità vengano contrastate (vedi anche la recente retata a Napoli contro la camorra), i silenziosi tentacoli della 'ndrangheta continuino ad allungarsi, a tal punto da meritare il richiamo del procuratore antimafia, Pier Luigi Vigna, che recentemente ha affermato: «La 'ndrangheta è l'organizzazione più potente del mondo», anche grazie ai legami accertati tra le mafie.
Un altro fatto è che, ad esempio, Provenzano sia ancora latitante. Così come sembra appurato che il muro contro la costruzione del ponte di Messina sia stato sgretolato. A questo punto diventa spontaneo chiedersi nell'interesse di chi questo avvenga. Di sicuro, sarà più facile partire dalla Sicilia, passare per Roma e arrivare a Milano.
G. Flavio Campanella

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