Lunedì 17 Dicembre 2018 | 05:33

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Un processo durato 7 anni

PALERMO - L'ultimo grande processo su mafia e politica istruito dalla Procura di Palermo, quello a Marcello Dell'Utri, si chiude dopo 257 udienze e sette anni di dibattimento con la condanna a nove anni del senatore dopo che la procura aveva chiesto per lui 11 anni per il reato di concorso in associazione mafiosa. Il processo era cominciato il 5 novembre 1997, con l'allora procuratore Gian Carlo Caselli seduto accanto all'aggiunto Guido Lo Forte e ai sostituti Antonio Ingroia e Domenico Gozzo che hanno sostenuto in aula l'accusa.
Investigatori e magistrati hanno scandagliato vent'anni di attività professionale e politica di Marcello Dell'Utri, l'impiegato di banca con la passione per il calcio che nel 1974 lasciò il suo posto «sicuro» a Palermo per trasferirsi a Milano e lavorare con Silvio Berlusconi. Da quel momento è cominciata la sua scalata che lo ha portato dall' edilizia, alla pubblicità, fino alla politica, con la progettazione la nascita di Forza Italia. Tappe di vita personale e professionale che, secondo la procura di Palermo, si sarebbero incrociate con Cosa nostra. I boss, hanno sostenuto i pm, avrebbero aiutato Dell'Utri e lui in cambio li avrebbe fatti entrare in contatto con il gotha del mondo imprenditoriale e politico milanese. Per questo motivo i magistrati lo hanno definito durante il processo l'ambasciatore di Cosa nostra a Milano e ne hanno chiesto la condanna a 11 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
Dal giorno in cui il collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi fece le prime dichiarazioni su Dell'Utri, citando anche Silvio Berlusconi, sono trascorsi dieci anni e nove mesi: quel verbale redatto dal pm Ilda Boccassini risale infatti al febbraio 1994. Cancemi fece riferimento a presunti interessi della Fininvest nella ristrutturazione del centro storico di Palermo e ad incontri di Totò Riina con «persone importanti» nel periodo delle stragi del '92. Nello stesso contesto inserì anche il presunto pagamento di 200 milioni di vecchie lire all'anno, da parte del gruppo del Biscione, per la «protezione delle antenne tv» piazzate su Monte Pellegrino. Cancemi parlò anche del ruolo di Vittorio Mangano, boss della cosca mafiosa di Porta Nuova, assunto come fattore della villa di Arcore. Fu così aperta l' inchiesta su Dell'Utri. Accanto al manager palermitano finì indagato per cinque volte anche Silvio Berlusconi, nei cui confronti la Procura richiese altrettante archiviazioni.
I Pm hanno sempre sottolineato: «non è il processo a Silvio Berlusconi nè a Forza Italia, ma al senatore Dell' Utri accusato di avere fornito nel tempo un rapporto consolidato con Cosa nostra alla quale ha fornito appoggi». Dell'Utri, che durante lo svolgimento del processo è stato eletto prima deputato, poi senatore e infine europarlamentare, è stato indicato come la «cerniera tra mafia, economia e politica». Ma la difesa ha sempre rispedito al mittente queste accuse, sostenendo l'estraneità del politico. Le contestazioni che gli vengono mosse sono contenute in oltre 60 punti. Questo ruolo di «ambasciatore» si sarebbe sviluppato in un contesto di relazioni con esponenti di spicco della mafia, in particolare con Gaetano Cinà, coimputato nel processo, e con il boss Stefano Bontade. I pm hanno sostenuto che i rapporti di Dell' Utri con Cosa nostra sarebbero iniziati negli anni Sessanta e sarebbero proseguiti, «in forma non contingente ed occasionale», fino al 1995. Oltre alle intercettazioni telefoniche, ai presunti contatti con i boss mafiosi, la sua amicizia con il capomafia Vittorio Mangano e le accuse dell' imprenditore Filippo Alberto Rapisarda sul riciclaggio di denaro sproco, ci sono state le dichiarazioni di 42 collaboratori di giustizia, da Tommaso Buscetta, fino all' ultimo pentito, Nino Giuffrè, il quale ha raccontato che Bontade avrebbe incontrato più volte Dell'Utri e Berlusconi.
Per riscontrare le dichiarazioni dei pentiti, la Procura ha verificato i conti economici delle holding che formano la Fininvest, dove, secondo gli inquirenti, dal 1975 al 1983, sarebbero affluiti 113 miliardi di lire la cui provenienza non sarebbe stata accertata. La difesa su questo punto ha sempre sostenuto la regolarità e la trasparenza dei conti economici.
La storia giudiziaria parte dagli anni Sessanta, quando Dell' Utri venne assunto da Filippo Alberto Rapisarda, secondo i pm «su richiesta di Stefano Bontade» e poi da Silvio Berlusconi alla Edilnord in qualità di segretario. Agli atti dell' inchiesta anche i rapporti tra Dell' Utri e Cinà che si erano conosciuti nella società calcistica «Bacigalupo» di Palermo, di cui il parlamentare fu dirigente e allenatore delle squadre giovanili negli anni. Le minacce di sequestro ricevute da Silvio Berlusconi negli anni del terrorismo sarebbero coincise con l' assunzione nella villa di Arcore di Vittorio Mangano, in qualità di fattore.
I giudici del tribunale hanno ascoltato 270 testimoni, fra i quali anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che si è avvalso della facoltà di non rispondere. Una circostanza definita dal Pm Ingroia «un' occasione mancata per il chiarimento di alcuni buchi neri, come quello dell'assunzione di Mangano e del suo allontanamento, o dei bilanci delle holding Fininvest».

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