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Intercettazioni e pentiti: colpo al clan

NAPOLI - Le dichiarazioni di un camorrista che decide di collaborare dopo essere stato coinvolto nell'omicidio della 22enne Mina Verde, che vanno ad aggiungersi alle rivelazioni fatte nei mesi scorsi da altri due pentiti. Elementi supportati da una lunga serie di intercettazioni telefoniche e ambientali. Sono i fondamenti dell'inchiesta condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli sulla faida tra il clan Di Lauro e il gruppo di scissionisti che da alcuni mesi ha determinato oltre 20 omicidi.
Le accuse contenute nelle oltre 350 pagine del decreto di fermo - emesso dai pm Giovanni Corona, Simona Di Monte, Luigi Frunzio e Marco Del Gaudio - vanno dall'associazione mafiosa allo spaccio di droga e contrabbando di sigarette. I destinatari dei provvedimenti sono 65, 52 quelli eseguiti la scorsa notte da polizia e carabinieri, dei quali sette notificati in carcere a persone già detenute. Per alcuni - soprattutto appartenenti al cosiddetto «gruppo di fuoco» del clan capeggiato da Paolo Di Lauro, detto Ciruzzo 'o milionario - viene ipotizzato anche il reato di omicidio.
Sono quattro i delitti sui quali i magistrati ritengono di aver raggiunto sufficienti elementi di colpevolezza e tra questi l'uccisione di Gelsomina Verde dalla quale gli esponenti dei Di Lauro pretendevano che rivelasse il nascondiglio del fidanzato. Fondamentali le dichiarazioni di Pietro Esposito, arrestato poco dopo il delitto, e di altri due camorristi che da qualche tempo avevano avviato la collaborazione, Gaetano Conte e Giovanni Migliaccio, le cui rivelazioni consentirono due anni fa di emettere l'ordinanza di custodia nei confronti del boss Di Lauro, tuttora latitante.
L'indagine, oltre a portare alla cattura di scissionisti e fedelissimi di Di Lauro (con il fermo dei componenti del «gruppo di fuoco» del clan egemone di Scampia), ha consentito di far luce sulla genesi del conflitto. Una guerra che nasce al ritorno dalla Spagna di Raffaele Amato, che si era allontanato dall'Italia dopo essere stato accusato dai figli del boss Paolo Di Lauro di essersi impossessato di somme di danaro dell'organizzazione. Al suo rientro Amato si era alleato con alcuni componenti del clan che non erano soddisfatti delle iniziative prese dai figli di «Ciruzzo 'o milionario» (come è soprannominato Paolo Di Lauro). Questi ultimi pretendevano , infatti, di «ringiovanire» il clan sostituendo i vecchi capizona con giovani di loro fiducia. Una iniziativa che ovviamente non poteva non scontentare i «capizona": da qui la contrapposizione all'origine della lunga serie di omicidi. Dopo i primi colpi inferti dagli scissionisti - conosciuti nel quartiere anche come gli Spagnoli, dal soggiorno in Spagna di Amato - i Di Lauro hanno reagito con spietatezza. E' al loro «gruppo di fuoco» che vengono attribuiti infatti il maggior numero dei delitti avvenuti negli ultimi mesi nell'ambito della faida che non ha interessato solo Scampia ma una vasta area dell'hinterland nordoccidentale.
«Lo Stato esiste a Napoli nonostante quello che si dice» ha commentato il procuratore della Repubblica di Napoli, Giandomenico Lepore. E il procuratore aggiunto Felice Di Persia, coordinatore della Dda, ha sottolineato la situazione del degrado ambientale nella quale prospera la camorra. Di Persia ha parlato di «giovani disperati che sparano per pochi euro o per una manciata di droga». «E' illusorio pensare di aver stoppato la scia di sangue: occorre che nella zona degradata la presenza delle istituzioni, dello Stato, della Chiesa, dia fiducia alle persone oneste che potrebbero collaborare con la giustizia per riportare serenità e dare una speranza di vita a centinaia di giovani».

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