Martedì 11 Dicembre 2018 | 16:46

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La diplomazia araba apparentemente appannata

SHARM EL SHEIKH (EGITTO) - Le manifestazioni di protesta degli studenti cairoti che ieri e oggi hanno manifestato in varie università contro la Conferenza Internazionale di Sharm El Sheikh sull' Iraq (ma anche per l'azione militare israeliana che il 19 novembre provocò la morte di tre poliziotti di frontiera egiziani) sono passate assolutamente inosservate sul palcoscenico della diplomazia internazionale a consulto sulla malattia irachena nella estrema punta sud del Sinai. Non altrettanto ignorate, ma altrettanto poco influenti sembrano essere alcune proposte venute durante i lavori dalla diplomazia araba per curare quel malato.
Un esempio è quello che ha fatto registrare stancamente ai media la richiesta del segretario generale della Lega Araba, Amr Mussa, pubblicizzata dalla tv del Qatar Al Jazira, che sia organizzata una conferenza di riconciliazione tra i vari gruppi iracheni prima delle elezioni previste il 30 gennaio prossimo. Mussa, spalleggiato dal Bahrein, che si è detto disposto ad ospitare la riunione, ha ricevuto una risposta non particolarmente attenta dal ministro iracheno Hoshiar El Zebari: in una conferenza stampa dopo la conclusione del meeting ha sostenuto che bisogna valutare la richiesta con attenzione. Ha però affermato che sarebbe meglio che qualsiasi conferenza alla quale partecipino anche oppositori si svolgesse a Baghdad.
Poco più rassicurante anche la reazione del capo della diplomazia egiziana, Ahmed Abul Gheit, per il quale «è opportuno avviare un giro di consultazioni per capire la praticabilità della proposta».
Se mai dovesse aver luogo questa riunione «di riconciliazione» si tratterebbe di un nuovo appuntamento che si aggiunge a quello programmato per il 30 novembre a Teheran, con l'intervento dei ministri degli interni dei paesi confinanti con l'Iraq per misure di sicurezza da attuare ai confini, in modo da evitare che le consultazioni elettorali tanto attese possano essere nuove occasioni di attentati ed azioni di violenza. Altro passaggio è un incontro in calendario, per i primi di gennaio, ad Amman, con i capi delle diplomazie di quegli stessi paesi limitrofi.

Il susseguirsi di queste iniziative viene guardato con scetticismo da osservatori occidentali, per i quali spesso e volentieri le occasioni di verifica da parte degli arabi - un quadro di riferimento costante è la Lega Araba, che con i suoi 22 aderenti è accusata di non essere mai riuscita a venire a capo, per esempio, del conflitto israelo-palestinese - sono considerate perdite di tempo o occasioni di esercizi verbali retorici. Lo stesso segretario generale Mussa molti mesi fa denunciò l'inefficienza dell'organismo che presiede, prevedendo riforme che sono state avviate in parte, facendo seguito a provocatori annunci ripetuti di dimissioni e uscita dalla Lega - finora rimasti solo a livello di minaccia - da parte di un leader indisciplinato come il libico Muammar Gheddafi.
In realtà il quadro di una diplomazia del mondo arabo in difficoltà per l'impossibilità di elaborare obiettivi ed interventi efficaci ed unitari sul piano regionale, nel caso di Sharm El Sheikh potrebbe trovare una smentita. Con sfumature diverse ed intensità di toni calibrate a seconda del proprio coinvolgimento, ciascun paese arabo ha finito con l'aderire alla proposta irachena - sia pur ispirata da Washington e condivisa dall'Onu - perché continui la strada per avviare un progetto democratico in Iraq. Ed è questo l'obiettivo di quel nuovo contratto sociale che il quotidiano arabo stampato a Londra e finanziato dai sauditi 'Al Hayat', sottolinea sia stato imposto come «lunga, difficile e complicata missione» dalla distruzione dello stato iracheno e dagli sviluppi dell'occupazione. Se molti si sono preoccupati, nel mondo arabo, che la conferenza di Sharm El Sheikh potesse rifiutarsi di legalizzare l'occupazione, va rilevato che oggi - osserva Al Hayat - la famiglia internazionale non dà più alcuna priorità alla questione della 'legittimazione». «Perché - chiarisce il giornale - l'occupazione ha creato problemi ed ha commesso errori, che è necessario risolvere per raggiungere come livello minimo la fine degli scontri interni e a livello massimo l'unità del paese: terra, stato e popolo».
Remigio Benni

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