Venerdì 14 Dicembre 2018 | 22:31

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Al processo Sme l'avvocato di Palazzo Chigi chiede la condanna del premier

Avvocato Domenico Salvemini MILANO - «Io non dico che Silvio Berlusconi non poteva sapere. Io dico che Silvio Berlusconi s'è dato da fare, è intervenuto, ha fatto». Al processo stralcio per la Sme è Domenico Salvemini, avvocato dello Stato, il legale che rappresenta la Presidenza del Consiglio, a «spendere» le parole più dure nei confronti dell'unico imputato rimasto a giudizio per corruzione, Silvio Berlusconi. E lo fa non senza un qualche imbarazzo che l'avvocato dichiara apertamente ai giudici, ma che comunque non gli impedisce di tracciare, per circa tre ore e mezza quasi ininterrotte, una ricostruzione dichiaratamente accusatoria nei confronti del capo del Governo, per il quale chiede la condanna per corruzione, un risarcimento per danni morali di un milione e cento mila euro, e una provvisionale immediatamente esecutiva di 300.000 euro.
Nulla in confronto alla cifra record che, in serata, chiederà Giuliano Pisapia, legale della parte civile Cir, e cioè 4 miliardi e mezzo di euro e una provvisionale da 100 milioni. Ma è comunque il ruolo di rappresentante della presidenza del Consiglio dei ministri che si schiera contro il "suo" presidente del Consiglio, che fa in qualche modo di Salvemini il «protagonista» della penultima udienza del processo Sme. Al punto che la difesa del premier attaccherà fuori dall'aula la sua ricostruzione definendola «un'arringa politica» pronunciata per di più da «un avvocato dello Stato nominato dalla precedente coalizione». Quando, cioè, a capo del Governo c'era Massimo D'Alema.
L'avvocato dello Stato non perde tempo per spiegare che la sua è una posizione quantomeno singolare. Ma, allo stesso tempo, definisce i "paletti" del suo ruolo e sgombra il campo da ogni suggestione: «dal punto di vista strettamente giuridico - afferma da subito - io rappresento la Presidenza del Consiglio, quindi un soggetto giuridico diverso dalla persona fisica del Presidente del Consiglio che qui è presente in veste di imputato, rappresentato e difeso dai suoi legali».
Tre ore e mezza dopo, poco prima di formulare le sue richieste, il legale non nasconderà ai giudici il suo «imbarazzo» per essere intervenuto «in un processo particolarmente delicato per me che sono un avvocato dello Stato e che mi trovo a chiedere una condanna per il vertice della piramide gerarchica». Eppure così è. E proprio da Salvemini la ricostruzione della mancata vendita della Sme a De Benedetti, ottenuta a suon di mazzette, secondo la versione della Procura, si «arricchisce» di nuovi spunti. Il legale parte proprio dalla presunta tangente pagata per l'affaire Sme, cioè quei 434.000 dollari che nel marzo del 1991 passano dai conti riferiti a Silvio Berlusconi a quelli di Cesare Previti per finire nella «piccola» cassaforte estera dell'ex capo dei giudici per le indagini preliminari romani, Renato Squillante. «Solo una parcella» sostiene da sempre Cesare Previti. Impossibile, dice oggi Salvemini per il quale «siccome non è stata provata alcuna causale lecita perché questi soldi dovessero andare dalla Fininvest a Squillante, anzi da Silvio Berlusconi al giudice Squillante, la deduzione logica è che questa somma fosse una corruzione».
Tangenti non parcelle. Nelle sue conclusioni Domenico Salvemini attacca a lungo la tesi delle difese che per anni hanno parlato di parcelle e operazioni di compensazione. E, per farlo, deve necessariamente «minare» alla base le dichiarazioni di Cesare Previti. Se il parlamentare ha sempre parlato di parcelle che gli erano dovute per l'attività legale profusa all'estero per conto del gruppo Fininvest, Salvemini oggi dice che «di parcelle regolarissime non c'è mai stata traccia. Non esiste nemmeno l'ombra né di una parcella, né di un contratto sulla base del quale Previti avrebbe svolto questa imponente attività».
Per il legale è incredibile che un legale si impegni «in una attività come quella riferita senza lo straccio di un pezzo di carta». Così come è incredibile che per la Fininvest fosse conveniente saldarlo in nero all'estero, non fosse altro perché «non poteva scaricare i costi. Sarebbe stato come pagarlo due volte». Per di più «Cesare Previti non ha mai presentato le contabili promesse». E la versione del trasferimento di somme per consentire l'acquisto da parte di Squillante e Pacifico di una proprietà al Golf Club di Tolcinasco, non sta in piedi: «ma ve lo vedete Pacifico - osserva Salvemini - che abita a Roma e va a Tolcinasco per giocare a golf? E che rinuncia all'affare solo perché ha mal di schiena?». Insomma «è tutto non credibile» mentre, al contrario, le «coincidenze mirabolanti» di giro-conti e date è significativo di altro.
Dopo aver «difeso» Stefania Ariosto, una teste attendibile «sottoposta a pesantissimi tentativi di delegittimazione», che certamente ha ricevuto le confidenze di Cesare Previti maturate probabilmente nel periodo in cui il parlamentare «aveva una relazione con la sorella, Carla Ariosto», Domenico Salvemini parla della Sme. Soprattutto del ruolo svolto da Silvio Berlusconi tanto nella formazione della cordata antagonista a De Benedetti, la Iar, quanto nell'offerta presentata «solo per prendere tempo» dall'avvocato Scalera.
È vero, ricorda poi Salvemini, che lo stesso Silvio Berlusconi ha ricordato di non aver mai avuto interesse particolare nel settore alimentare. E che, abituato a dominare il suo gruppo, non era certo allettato dall'idea di stare «in un condominio». Se si è interessato alla Sme, disse Berlusconi, fu solo perché glielo chiesero l'allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi e Barilla. Eppure Silvio Berlusconi «si dà da fare, interviene, fa». E il motivo, o il «movente» come viene definito, c'è. «Era il 1985. La nascita e la sopravvivenza della Tv commerciale era molto a rischio» ricorda Salvemini utilizzando a suo uso e consumo le dichiarazioni che proprio Fedele Confalonieri e Aldo Bonomo avevano reso in aula. Insomma, «in quel periodo c'era un diritto da creare e che non poteva essere creato in senso favorevole al gruppo Fininvest se non con un aggancio politico. Silvio Berlusconi fin dai primi decreti ha capito che se non si ha un governo amico non si va da nessuna parte».
Le conclusioni del legale sono amare. «Con la corruzione dei giudici viene meno una delle garanzie su cui si fonda lo Stato. Garanzie che sono presidio per tutti. Un giudice corrotto, che per soldi dà ragione a uno piuttosto che all'altro, ci fa ritornare allo Stato pre-sociale, si sprofonda nelle tenebre, in una parola… si dissolve lo Stato». Per questo le conclusioni del legale vanno nel senso della condanna, e del risarcimento morale con tanto di provvisionale. Una provvisionale a cui erano stati condannati anche gli imputati principali del primo processo Sme, ma che «la Presidenza del Consiglio non è riuscita a riscuotere».
Nel pomeriggio tocca a Giuliano Pisapia, legale di parte civile Cir, «tirare» le sue conclusioni e chiedere un risarcimento che, come nel troncone principale, è «record»: quattro miliardi e mezzo di danni patrimoniali. Per l'avvocato «sono emersi elementi probatori che dimostrano i rapporti illeciti di una lobby giudiziaria. Ci sono elementi univoci e concordanti a carico di Silvio Berlusconi, il giudice Filippo Verde, e l'ex capo dei giudici dell'udienza preliminare Renato Squillante».
Alla «lobby dedita alla corruzione organizzata da Cesare Previti», Pisapia contrappone l'operazione imprenditoriale che stava facendo la Buitoni di Carlo De Benedetti con l'Iri, «due soggetti di profonda onestà istituzionale» che per la vendita del colosso alimentare avevano pattuito «un prezzo equo». In più «tutte le autorizzazioni erano state ormai concesse». Pisapia parla a lungo dei passaggi di denaro che legano tra loro gli imputati, descrive «affari illeciti» e le «scorrettezze» fatte a livello imprenditoriale quando, con l'intervento di Scalera sulla Sme, vennero proposte «offerte inaffidabili».
«I danni che chiederò sono ingenti ma documentati. L'acquisto della Sme era un passaggio fondamentale per la creazione di quella grande Buitoni che si preparava a competere a livello europeo. Era un'operazione non finanziaria, ma imprenditoriale. In quel periodo, soprattutto nell'alimentare, c'era un incremento di valore che avrebbe determinato un guadagno ingente per Buitoni». Le parti civili concludono.
La difesa del premier parla di «accuse inconsistenti» e di ricostruzioni «fantasiose e illogiche». In aula si tornerà il 3 dicembre, quando a parlare saranno i legali di Silvio Berlusconi. Poi, tempo qualche giorno, i giudici dovrebbero riunire le parti per un'ultima volta prima della sentenza.

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