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Il leader palestinese e il Papa

CITTA' DEL VATICANO - La Santa Sede si «unisce al dolore del popolo palestinese per la scomparsa del presidente Yasser Arafat. E' quanto ha detto il direttore della sala stampa vaticana, Joaquin Navarro Valls.
Il Vaticano prega per «l'anima dell'illustre defunto» e chiede «la pace per la Terra Santa con due stati indipendenti e sovrani finalmente riconciliati fra loro».
Navarro Valls ha ricordato che Arafat è stato «un leader dal grande carisma che ha amato il suo popolo ed ha cercato di guidarlo verso l'indipendenza nazionale».
«Dio accolga nella sua misericordia l'anima dell'illustre defunto e conceda - ha concluso Navarro - la pace alla Terra Santa con due stati indipendenti e sovrani, pienamente riconciliati tra loro».


I rapporti con il Vaticano

Un interlocutore, magari non considerato del tutto affidabile, ma comunque leader di un popolo seppure ancora privo di una propria patria e le sofferenze del quale sono state evocate molto spesso da Giovanni Paolo II. Questo è stato Arafat per il Papa, che ha incontrato 12 volte, compresa la visita che Giovanni Paolo II compì al palazzo presidenziale di Betlemme il 22 marzo del 2000, nel corso della quale Arafat fu ancora una volta ben attento a mostrare al mondo la sua amicizia col capo della Chiesa cattolica.
Quando si videro per la prima volta era il 15 settembre 1982. L'allora capo dell'Olp fu ricevuto in Vaticano un mercoledì, in una saletta accanto all'Aula delle udienze, come si soleva fare per «tenere basso» un incontro, l'annuncio del quale aveva sollevato dure reazioni del mondo ebraico. Arafat salutò dicendo di essere il secondo palestinese ad andare in Vaticano dopo San Pietro. «Mi avevano detto - ricordò anni dopo lo stesso Arafat - che avevo solo cinque minuti; dopo sette minuti entrò un prelato per dirmi che il tempo era scaduto, ma il Papa lo mandò via. Il nostro incontro durò 55 minuti».
Quello stesso giorno il Papa parlò di Medio Oriente, affermando che vanno riconosciuti «i diritti di tutti i popoli interessati» ed in modo «stabile, adeguato ed equo». «Tra questi diritti - aggiunse - primordiale ed imprescindibile è quello dell'esistenza e della sicurezza su un proprio territorio, nella salvaguardia della identità propria di ciascuno». Giovanni Paolo II auspicò poi «una soluzione equa», per i popoli israeliano e palestinese, «in cui ambedue vivano in pace, in propria dignità e libertà, mutuamente dandosi il pegno della tolleranza e della riconciliazione». Seppure a volte con sottolineature diverse, dovute magari a situazioni contingenti, il concetto non è mai cambiato ed è stato ribadito infinite volte ai governanti degli uni e degli altri ed anche in incontri con altri leader mondiali.
All'idea di fondo del diritto dei palestinesi ad una loro patria ed a quello degli israeliani di vivere «entro confini sicuri», nel tempo si sono fatti via via più pressanti le richieste sia agli uni che agli altri di ricercare il negoziato, «unica via» per risolvere il nodo mediorientale, e di rifiutare terrorismo e rappresaglie. Il 2 agosto 2001, nel loro penultimo incontro, il Papa parlò di «assoluta necessità che si ponga fine a qualsiasi tipo di violenza, sia essa frutto di azioni o di rappresaglie, e si intavoli l'auspicato negoziato». Pochi mesi dopo, il 30 ottobre dello stesso anno, in quello che è stato il loro ultimo incontro, Arafat, venuto in Vaticano «per informare sulla preoccupante situazione nei Territori palestinesi», condannò «ogni forma di terrorismo».
Ma non si sono soltanto visti. Ci sono stati anche appelli e lettere personali, messaggi: richieste di aiuto o di intervento da parte del leader palestinese, portati a volte da familiari, come la moglie Suha, che il 21 maggio 1997 (tornò anche i due anni successivi) si portò anche la piccola Zahwa, che il Papa benedì. Un rapporto personale che l'anno prima, il 9 ottobre 1996, aveva visto arrivare al Papa, ricoverato al Gemelli per l'appendicite, due dozzine di rose rosse e rosa, accompagnate da un biglietto: «auguri vivissimi e sinceri per una pronta guarigione dal presidente dello stato di Palestina e presidente della Olp Yasser Arafat». «Il mio cuore e il cuore del nostro popolo sia con il Papa in questo momento».
Giovanni Paolo II, dal canto suo, in più occasioni gli ha scritto per invitarlo alla moderazione ed alla ricerca del dialogo. Esortazioni portare anche da inviati speciali, come, nel 2001, il card. Pio Laghi. Appelli spesso sostanzialmente ignorati, ma che a volte hanno accreditato un Giovanni Paolo II filopalestinese. Anche per un atteggiamento, esteso al protocollo diplomatico, che ha visto il presidente dell'Anp trattato come un capo di Stato. Così, il 21 marzo del 2000, durante il volo da Amman a Tel Aviv, il Papa gli inviò un telegramma, secondo una prassi riservata ai capi di Stato dei Paesi che sorvola.
Il giorno dopo, a Betlemme, Arafat mise al collo del Papa una onorificenza chiamata «Stella di Betlemme», per «50 anni di appoggio al popolo palestinese». «Il popolo palestinese - spiegò - giudica grandemente la vostra posizione in appoggio alla sua causa e alla sua giusta presenza nella sua patria come un popolo indipendente e sovrano».
Franco Pisano

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