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«Mister Palestina», padre di una patria solo sognata

Arafat Yasser Arafat è uscito di scena senza aver visto nascere quello Stato, la Palestina, cui ha dedicato tutta la sua vita. In 75 anni, Abu Ammar è riuscito a essere leader di un Paese che non c'era, a ricevere il premio Nobel per una pace mai arrivata. Nonostante questo e nonostante tutto, Yasser Arafat è stato padre della patria per tutti i palestinesi, anche se negli ultimi anni il suo indiscusso potere è stato sempre più spesso messo in discussione. Leader carismatico e artefice della lotta nazionalista, «Mister Palestina» non ha potuto o non ha saputo, secondo alcuni, compiere l'ultimo passo per una pace definitiva con gli israeliani, fondamenta su cui avrebbe potuto poggiare una Palestina indipendente.
Accusato di eccessiva indulgenze quando non connivenza con i gruppi terroristici, negli ultimi due anni il presidente palestinese, morto nella notte nell'ospedale parigino di Percy, è rimasto isolato e ha vissuto come un recluso nella Mukata, il suo quartier generale a Ramallah.

Da quando, nel giugno del 2002, il presidente americano George W. Bush ha decretato il totale ostracismo nei suoi confronti, il nome di Arafat è scomparso anche nei sempre più rari appelli dei leader occidentali per la ripresa dei negoziati in Medio Oriente. A poco è valsa la creazione della carica di primo ministro. L'anziano leader, però, non è stato isolato solo dall'Occidente. Solo pochi mesi fa ha subito l'onta di una rivolta a Gaza dei gruppi più radicali che contestavano la corruzione diffusa nell'Anp. Eppure Yasser Arafat è stato un mito per la causa araba, da lui stesso alimentato con dati ambigui di una biografia che spesso è diventata agiografia.

Yasser Abdel-Raouf Arafat al Qudwa al Hussein è nato al Cairo il 4 agosto del 1929. Almeno così dicono i registri anagrafici perché da sempre il leader palestinese sostiene di avere visto la luce a Gerusalemme, la città santa che musulmani ed ebrei vorrebbero tenere ciascuno come propria unica e indivisibile capitale. Da Gerusalemme di certo proveniva la madre, figlia del Gran Muftì, mentre il padre era un facoltoso commerciante di tessuti a Gaza, con forti radici in Egitto. A cinque anni, alla morte della madre, fu mandato a Gerusalemme da uno zio materno e lì assistette a un episodio che forse segnò la sua vita: vide i soldati inglesi abbattere la casa in cui era andato a vivere. Fu al Cairo però che trascorse gli anni della formazione.
Nel 1948, alla proclamazione dello Stato israeliano, troncò gli studi in ingegneria civile all'università Re Fuad I per unirsi alla resistenza palestinese.
Dopo avere combattuto per qualche tempo a Gaza, tornò al Cairo per completare gli studi e cominciare di fatto la sua carriera politica nelle formazioni studentesche. Prima si iscrisse alla Fratellanza musulmana poi alla Lega degli studenti palestinesi. Ottenuta la laurea, nel 1956, allo scoppio della guerra per il controllo del canale di Suez, si arruolò nell'esercito egiziano. Ma a quel punto il giovane Arafat era nel mirino attento dei servizi segreti israeliani. Sentendosi in pericolo, si trasferì in Kuwait dove fondò una sua società di appalti. La parentesi imprenditoriale durò poco. Nel 1959, insieme con un gruppo di amici e attivisti palestinesi esuli in Kuwait, tra cui il futuro premier Mahmoud Abbas (Abu Mazen), fondò il movimento Fatah. Nel 1964 si spostò in Giordania dove cominciò a operare con il nome di battaglia di Abu Ammar. Nello stesso anno sotto l'egida della Lega Araba nacque l'Organizzazione per la liberazione della Palestina, trasformata poi in un'istituzione quasi statuale da Arafat, che diventò presidente del comitato esecutivo e comandante in capo delle forze palestinesi.

Il 1967 fu un anno cruciale. Nella guerra dei Sei Giorni, Israele occupò la Cisgiordania, Gerusalemme Est, Gaza, il Sinai e le alture del Golan. L'atteggiamento delle fazioni palestinesi si radicalizzò e Fatah confluì nell'Olp. Nel 1970, re Hussein lo cacciò insieme a tutta l'Olp dalla Giordania in quello che fu ribattezzato il settembre nero. Arafat però non si fermò. Nel 1974 decise di rivendicare l'autodeterminazione dello Stato palestinese e si presentò all'assemblea generale delle Nazioni Unite: «In una mano porto il ramoscello d'ulivo, nell'altra il fucile», disse, «non permettete che lasci cadere il ramoscello di ulivo». Nel 1982 fuggì da Beirut assediata dalle forze israeliane e si trasferì a Tunisi. Nelle lunghe peregrinazioni e anche nelle sconfitte, Arafat non mai smesso di lottare per una Palestina indipendente.

La battaglia nel 1987 si trasformò in lotta armata nei Territori occupati da Israele: era la prima Intifada. Nel 1988 fu chiamato a parlare alle Nazioni Unite e pronunciò uno storico discorso: tornò a chiedere che ai palestinesi sia dato è stato, ma allo stesso tempo riconobbe Israele, rinunciò al terrorismo e riconobbe il diritto di tutti i popoli mediorientali a vivere in pace. Nel 1990 Arafat sposò Suha, cristiana, nata in un'agiata famiglia di Gerusalemme, che nel 1995 gli ha dato una figlia, Zahwa. Gli anni che seguirono furono segnati dalle storiche trattative con gli israeliani che sfociarono, nel 1993, negli accordi di Oslo.
Arafat strinse la mano all'allora premier israeliano Yitzakh Rabin e per quella svolta l'anno successivo entrambi, oltre a Shimon Peres, vinsero il Nobel per la pace. La prima intifada finì.

Nel 1994 Arafat potè tornare a Gaza e fondò l'Autorità nazionale palestinese di cui poi nel 1996 venne eletto presidente. Nonostante i numerosi tentativi di arrivare a un accordo di pace condotti dall'allora presidente americano Bill Clinton, i negoziati non arrivarono mai a una svolta. Il fallimento più clamoroso fu a Camp David, nel luglio 2000, con Ehud Barak premier. Gli israeliani non hanno mai smesso di rinfacciargli quel no a un'intesa che consideravano generosa. Negli ultimi tre anni i negoziati stato in stallo totale. Il 28 settembre del 2000 poi tutto cambiò con la famosa «passeggiata» di Ariel Sharon alla Spianata delle Moschee, che dette inizio alla seconda Intifada. La rivolta armata e le accuse ad Arafat di appoggiare il terrorismo segnarono un nuovo gelo tra palestinesi e israeliani, sostanzialmente coinciso con la nomina di Ariel Sharon a primo ministro e di George W. Bush a presidente americano.

Il tentativo della comunità internazionale di aprire una nuova strada è fallito: la road map tracciata da Stati Uniti, Unione europea, nazioni Unite e Russia è rimasta sostanzialmente lettera morta. Con i sanguinosi attentati in Israele, l'Occidente cominciò, con poche eccezioni, a isolare inesorabilmente Arafat. Nel marzo del 2001 il suo ufficio di Ramallah, la Mukata, fu circondato dalle forze israeliane che hanno mantenuto l'assedio fino al giugno dell'anno scorso, ma anche dopo Arafat non è più uscito: ufficialmente poteva andarsene, ma Israele chiarì che difficilmente lo avrebbe lasciato tornare. Di fronte alle pressioni per riformare l'Anp, nel 2003 l'anziano leader cedette e per la prima volta nominò un premier, i cui poteri però sono rimasti limitati. La convivenza con Mahmoud Abbas (Abu Mazen) apparve subito difficile: il primo ministro chiedeva poteri reali sugli organismo di sicurezza, ma Arafat non aveva nessuna intenzione di cedere. In settembre Abu Mazen se ne andò sbattendo la porta. Al suo posto fu nominato Ahmed Qorei, Abu Ala, presidente del parlamento. I rapporti però non furono facili neppur tra Abu Ala e Arafat. Il problema era sempre lo stesso: i poteri che il presidente aveva sulla polizia e i servizi segreti, e che non accettava di ridimensionare neppure di fronte alle tante accuse di non aver saputo frenare la corruzione diffusa. Il bubbone scoppiò di nuovo in luglio. A Gaza divampò una rivolta scatenata dalle Brigate Martiri di al Aqsa, che pure è il braccio armato di Fatah.
Arafat fu costretto a fronteggiare insieme l'insurrezione dal basso e la minaccia di dimissioni di Abu Ala. Tutto finì con una miniriforma dei servizi di sicurezza che ha solo rinviato il problema. Isolato dall'Occidente - sempre più schierato con Israele - e persino dai Paesi arabi, ad Arafat non era rimasto altro che far sentire di tanto in tanto la sua voce per chiedere al mondo di non chiudere gli occhi davanti alla «tragedia» del suo popolo.

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