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Falluja è un inferno. Parlano marines e civili

ROMA - «Ci sparano addosso da qualsiasi punto, anche dagli ospedali e dalle moschee». Quella del sottotenente carrista Joe Cash è solo una constatazione, nel quadro della furibonda battaglia di Falluja, la città ribelle dell'Iraq centrale che da lunedì è obiettivo dell'offensiva americana "Phantom fury".
Diverso l'atteggiamento del comando statunitense, che accusa gli insorti di Falluja di usare le moschee della città, «in violazione del diritto internazionale, come basi operative e depositi di armi e munizioni». Ma forse l'alto comando intendeva giustificare i missili che oggi hanno distrutto il minareto della moschea di Khulafa al Rashid.
«Le forze della coalizione - specifica ad ogni buon conto il comunicato - hanno usato solo la forza sufficiente ad eliminare la minaccia».
Secondo il sito internet della tv araba al Jazira, che cita il giornalista iracheno Fadil al Badrani, la metà delle moschee di Falluja - città nota per l'abbondanza e lo splendore dei suoi luoghi di culto islamici - è andata distrutta. «I guerriglieri - riferisce Cash - sono molto ben organizzati. Ci hanno attaccato per tutta la notte, a gruppi di quattro o cinque, vestiti con tute scure e passamontagna».
E oggi la battaglia strada per strada è proseguita: per tutta la giornata si è diffusa l'eco delle cannonate e delle raffiche di armi automatiche, fra il fumo di diversi incendi. Ma gli americani sembrano vicini ad assumere il controllo della città: «C'è ancora del lavoro da fare - ha annunciato in serata, il generale John Sattler, che comanda le operazioni sul posto - ma ormai restano solo poche sacche di resistenza».
Gli americani hanno messo in campo anche una unità per le operazioni psicologiche che, per le vie della città, diffonde messaggi in arabo destinati a far uscire allo scoperto i ribelli. Gli altoparlanti diffondono messaggi del tipo: «Coraggiosi terroristi, siamo qui ad aspettarvi: venite fuori e uccideteci».
Nell'attacco a Falluja sarebbero finora rimasti uccisi una ventina di soldati americani e due elementi delle forze di sicurezza irachene. Gli insorti uccisi o feriti nell'operazione 'Phantom Fury' sarebbero almeno settanta. Non ci sono notizie precise sulla sorte delle decine di migliaia di abitanti rimasti intrappolati nella città assediata, ma la realtà è che a Falluja si muore anche per le cause più banali, perchè non c'è nessuno che possa aiutarti. «In città - asserisce Sami al Jumaili, un medico del principale ospedale di Falluja fuggito con la sua famiglia - non è rimasto neppure un chirurgo».
Firdus al Ubadi, un volontario della Mezzaluna rossa, ha segnalato il caso di una donna deceduta per emorragia dopo un aborto spontaneo, dato che nel campo di rifugiati che la ospitava non c'era personale in grado di soccorrerla.
In un altro episodio, un bambino è stato ucciso dal morso di un serpente velenoso, che in tempi normali sarebbe stato facile curare. Un altro bambino di nove anni ferito allo stomaco da una scheggia di granata è morto dissanguato ed è stato sepolto nel cortile di casa. «Era troppo pericoloso cercare di uscire», ha detto il padre, il maestro elementare Mohammed Abboud.
«Abbiamo chiesto agli americani - riferisce il portavoce della Mezzaluna rossa Ahmad al Raoui - il permesso di entrare in città per soccorrere la popolazione civile intrappolata senza acqua, cibo, elettricità, senza medicinali, ma non abbiamo avuto risposta».
Dal punto di vista umanitario, Falluja è un disastro, ma intorno, la situazione non è migliore: sono migliaia le famiglie che negli ultimi giorni sono fuggite e che ora lottano per sopravvivere, senza acqua, cibo e medicine a sufficienza, in rifugi di fortuna nei villaggi circostanti.
Non ci sono cifre ufficiali, ma si stima che circa 200.000 persone, due terzi degli abitanti di Falluja, abbia abbandonato la città dall'ottobre scorso, quando è apparso chiaro che gli americani intendevano attaccare. Almeno 20.000 disperati si sono rifugiati a Saqlawiya, a sud di Falluja. La maggior parte di loro, per sopravvivere può contare unicamente sugli aiuti distribuiti dalle moschee locali, che organizzano collette per raccogliere viveri, vestiti e denaro a favore degli sfollati, ma anche queste risorse ormai scarseggiano: «Questa situazione - stima il responsabile della moschea al Rahman, Ahmed Zaki - dura da troppo tempo. La gente ormai è logorata, e non dona più niente».
Gianni Catella

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