Mercoledì 12 Dicembre 2018 | 17:52

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Attacco a Falluja - Il generale George Casey: tutto come previsto

WASHINGTON - Le operazioni militari a Falluja procedono «come previsto». Ma il generale George Casey, comandante del contingente americano in Iraq, s'aspetta «pesanti scontri» nel cuore della città: lo riferisce ai giornalisti, in videoconferenza da Baghdad.
Sono «tra i 10 e i 15 mila» - 12 mila americani e oltre 2.000 iracheni, secondo alcune stime -, gli uomini impegnati a prendere il controllo della roccaforte dei ribelli sunniti, dove sarebbe anche asserragliato il capo dei terroristi Abu Musab al Zarqawi con i suoi uomini.
E' una circostanza che, però, nè Casey, da Baghdad, nè il capo di Stato Maggiore delle forze armate degli Stati Uniti, generale Richard Myers, da Washington, possono confermare: «Non sappiamo se al-Zarqawi sia lì; non sappiamo se ribelli e terroristi ci aspettino, o se ne siano andati».
E', invece, accertato, che gran parte degli abitanti civili abbiano lasciato la città, dove ci sarebbero ancora circa 50 mila persone, rispetto alle 200 mila consuete. Per Casey se ne sarebbero andati «tra il 50 e il 70%»: i conti tornano.
I civili rimasti, per minimizzare i rischi - suggeriscono al Pentagono -, devono rispettare le misure d'emergenza decretate dal governo ad interim del premier Iyad Allawi, che ha anche ordinato la chiusura temporanea delle frontiere con Siria e Giordania e dell'aeroporto internazionale di Baghdad.
La prima ondata d'assalto, forte di 4.000 uomini circa, ha praticamente bonificato una penisola sull'Eufrate: adesso, ci s'attende che i difensori della città si ritirino verso il centro per ingaggiare lì battaglia. «Avremo la meglio», afferma Myers.
Casey ha confermato che le truppe, che muovono da nord, hanno preso un ospedale utilizzato dagli insorti sunniti e due ponti sul fiume Eufrate: su uno di questi, alla fine di marzo vennero issati i resti carbonizzati di almeno due dei quattro civili americani la cui brutale uccisione fu all'origine del primo attacco a Falluja, nell'aprile scorso, poi abortito.
Questa volta, dice il segretario alla difesa americano Donald Rumsfeld, «non mi immagino che ci fermeremo». E Falluja non resterà «l'ultima occasione per usare la forza in Iraq», avverte il generale Myers, perchè ci sono almeno altre 15 città (ma c'è chi ne conta di più, fino a 30) che sfuggono al controllo delle forze di sicurezza internazionali e irachene.
Per Rumsfeld, come per Myers e Casey, «l'eliminazione dei terroristi da Falluja» avvicina il momento in cui l'Iraq sarà sicuro e democratico: una parte del Paese «non può restare sotto il controllo di terroristi e assassini», mentre s'avvicinano le elezioni di gennaio.
L'attacco a Falluja non smorza, però, la violenza altrove in Iraq. A Baghdad ci sono attacchi contro due chiese e ancora contro un convoglio sulla strada dell'aeroporto.
L'azione militare s'accompagna a quella diplomatica: il segretario di Stato americano Colin Powell chiama diversi colleghi di Paesi arabi, per spiegare il significato dell' offensiva di Falluja e per assicurare che si adopererà perchè i civili siano rispettati.
Parlando con i colleghi egiziano, giordano, saudita e turco, oltre che polacco, tutti «preoccupati per la situazione nell'area», Powell si dà da fare per salvaguardare lo svolgimento della conferenza internazionale di Sharm el-Sheikh, in programma il 22 e 23 novembre, che potrebbe essere compromessa dall'iniziativa militare.
Per il momento, la Coalizione resta «ferma», come auspica il premier britannico Tony Blair, atteso a giorni a Washington: «L'attacco cesserà immediatamente - afferma -, se i ribelli accettano di disarmare e di partecipare alle elezioni».
Altrimenti, andrà avanti «per sconfiggere questa nuova e virulenta forma di terrorismo globale». E il ministro della difesa italiano Antonio Martino parla dell'attacco come di uno «snodo essenziale per porre termine allo stillicidio di attentati di una brutalità senza precedenti».
L'avvio dell'offensiva coincide con la partenza, dalla Georgia, di 300 soldati di rinforzo, addestrati dagli americani per migliorare le capacità della Repubblica ex sovietica di combattere contro il terrorismo.
Con il loro arrivo, ci saranno in Iraq 450 georgiani (e altrettanti devono arrivare): loro missione, proteggere gli uffici dell'Onu a Baghdad e altrove nel Paese.
Giampiero Gramaglia

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