Martedì 11 Dicembre 2018 | 19:59

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Nassiriya, un anno dopo Animal House

ROMA - A giugno dell'anno scorso, quando i militari italiani cominciavano a piantare le loro tende nel deserto di Nassiriya, i giornalisti alloggiavano nel cosiddetto hotel Al Janoob, in centro, e la sera passeggiavano senza problemi lungo l'Eufrate dove non era raro incontrare qualche marine, seduto a un chiosco, che beveva caffè.
La Base Maestrale, o Animal House - come l'avevano chiamata gli americani - era un bel posto. Sulla terrazza, di notte, si dormiva più freschi e quando una volta l'allora comandante della Msu, il colonnello dei carabinieri Georg Di Pauli, invitò i giornalisti italiani, la cena la fece lassù. Spettacolare vista su Nassiriya. Oggi, se per caso un occidentale si presenta all'hotel Al Janoob, è lo stesso proprietario che lo prega di andarsene, per evitare che il suo albergo diventi un obiettivo dei terroristi. Anche i militari cercano di evitare quella zona centrale, a ridosso delle sedi di alcuni partiti politici e della principale moschea. La Base Maestrale, o Animal House, come tutti sanno ormai non c'è più. Dopo il 12 novembre esiste solo uno scheletro sbilenco, l'ormai tradizionale e tristissima cartolina da Nassiriya.
Sono lontani i giorni in cui qualsiasi occidentale poteva circolare liberamente, a piedi o in taxi, magari spingendosi anche dentro il mercato della città: oggi non lo fa più nessuno e chi ci ha provato, come il giornalista americano Micah Garen, è stato rapito e poi, fortuna sua, rilasciato. Da questo punto di vista, cioè della sicurezza, non c'è dubbio che anche a Nassiriya - come in tutto l'Iraq - la situazione abbia subito un grave deterioramento rispetto ai primi mesi del dopoguerra. In realtà meno accentuato rispetto all'area di Baghdad o al Triangolo sannita. Merito anche, si è detto, del modo di porsi dei soldati italiani, mai aggressivi e sempre pronti all'aiuto umanitario. Ma l'illusione che il sud dell'Iraq potesse essere una sorta di isola felice è andata in pezzi insieme alla base Maestrale. Chiaro il messaggio dei terroristi. Anzi, inequivocabile: «Nessuna zona dell'Iraq è tranquilla, possiamo colpire ovunque e chiunque. Anche gli italiani sono nemici».
Da quel giorno, a Nassiriya, tutto è cambiato. I militari di Antica Babilonia, andati lì «solo per aiutare», sono rimasti scioccati, increduli, amareggiati. I leader locali si sono affrettati a spiegare che i responsabili erano «stranieri, persone venute da fuori». Che però a Nassiriya, tra la gente del posto, hanno trovato sostegno logistico e complici.
«Non ci si può fidare di nessuno», era il commento più gettonato quelle settimane tra i soldati. E le misure di sicurezza sono aumentate di pari passo alla diffidenza. I vertici miliari hanno cominciato a pianificare la riunione dell'intero contingente, distribuito in più luoghi, in un'unica base, superprotetta, lontano dalla città. Il tentativo di esportare anche in Iraq il modello di una «polizia di prossimità», con i carabinieri vicino alla gente, non poteva essere spinto più oltre.
Quello che succede nei mesi successivi ne è una conferma. Anche Nassiriya si infiamma. Dopo cinque mesi dall'attentato la città viene devasta dalla "battaglia dei ponti" e, un mese dopo, dagli scontri in cui perde la vita il lagunare Matteo Vanzan. Ad agosto altri incidenti violenti. «Gente proveniente da fuori», ripetono a Nassiriya. Ma gli investigatori sanno che è stata soprattutto la gente del posto, almeno nei primi episodi, a rispondere agli appelli alla guerra santa lanciati dalla moschea. Ci sono anche le prove, i filmati.
In questo contesto, il progetto di ridislocare fuori dalla città il personale italiano si attua rapidamente, anche se le resistenze non sono mancate. Il grosso del contingente, carabinieri compresi, già da mesi si è trasferito a Camp Mittica, un enorme accampamento all'interno della base americana di Tallil. Un'aliquota operativa non ha ancora lasciato la vecchia base di White Horse, più vicina al centro, ma comunque fuori dalla città. Lo farà quanto prima.
Per il resto, i militari italiani hanno continuato a garantire la sicurezza e ad adoperarsi sul versante umanitario: un lavoro che viene apprezzato dalla popolazione, anche perchè non si è mai arrestato nonostante i ripetuti attacchi alle pattuglie del contingente. Oggi, il consenso di cui godono gli italiani è complessivamente buono. Gli uomini di al Sadr non sono più loro nemici, almeno per ora: «Ma qui basta poco - dice una fonte militare - perchè tutto cambi. Da giugno il potere è formalmente in mano agli iracheni, sono loro che chiedono il nostro intervento. Quello che dobbiamo fare è creare le condizioni perchè riescano a cavarsela da soli. Quanto prima succederà, tanto prima noi ce ne andremo». Dunque, cruciale è l'addestramento delle forze di sicurezza locali. E' questo il settore in cui i militari italiani si sono impegnati al massimo, soprattutto negli ultimi mesi. Esercito e carabinieri hanno già formato migliaia di poliziotti e di militari della Guardia nazionale. Che hanno cominciato a fare le prime operazioni, anche da soli, con risultati non sempre brillanti. C'è chi scappa di fronte alla prima avvisaglia di pericolo e chi si imbosca, chi si vende la pistola al mercato nero e poi dice che gliel'hanno rubata. «Ma è comunque un inizio», dice la fonte. «Noi andiamo avanti così».

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