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SCHEDA - La mafia cinese in Italia

ROMA - Un mondo volutamente sommerso dove è quasi impossibile entrare. Difeso dall'omertà dei suoi appartenenti - siano essi membri delle triadi o semplici immigrati arrivati in Italia per lavorare - alimentato da uno sfruttamento selvaggio di uomini, donne e bambini e costantemente in espansione. E' una realtà «parallela», quella della criminalità cinese in Italia: una realtà che ha sì rapporti con le altre organizzazioni criminali ma che preferisce muoversi autonomamente, ampliando sempre più gli spazi di «interesse».
Per capire le difficoltà a cui vanno incontro gli uomini dell'intelligence e delle forze dell'ordine che seguono l'evolversi del fenomeno, basta rifarsi ai numeri: quelli ufficiali parlano di 57mila immigrati cinesi regolarmente registrati in Italia. Un numero nettamente inferiore alla realtà: a Roma, tanto per fare un esempio, la comunità cinese ha in mano 900 esercizi commerciali ed è composta da almeno 25mila persone mentre per i dati ufficiali sono solo seimila. E a Prato, dove c'è una delle comunità più numerose d'Europa, gli immigrati che vivono e lavorano sono ben più dei 20mila con regolare permesso di soggiorno.
A questo si aggiunge la composizione delle organizzazioni criminali, che la relazione al Parlamento della Dia e l'ultimo rapporto sullo stato della sicurezza in Italia del Viminale, definiscono «una struttura gerarchica solida e articolata» capace di compiere una serie di reati che va dall'omicidio, «che avviene solo all'interno della ristretta comunità etnica» al «favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, in realtà una vera e propria tratta di esseri umani che rappresenta il volano finanziario per le organizzazioni (ogni clandestino deve pagare per arrivare in Italia una somma tra i 15mila e i 20mila euro)». E ancora «dai sequestri di persona alle estorsioni e alle rapine, dallo sfruttamento del lavoro nero e della prostituzione al contrabbando e all'introduzione di merci contraffatte, per finire al gioco d'azzardo».
Tutto ciò, spiegano ancora gli investigatori, «difficilmente emerge all'esterno» per via di una struttura sociale «estremamente compatta e regolata dai medesimi usi e costumi, dominata dall'omertà e resa impenetrabile dalle enormi difficoltà linguistiche». A questo si aggiunge inoltre la paura di parlare degli immigrati, che potrebbero vedere i propri parenti in Cina rimanere vittime di ritorsioni.
Ciò che, invece, rende visibile l'attività della comunità cinese, sono gli investimenti commerciali o immobiliari. Ma anche in questo caso risulta difficile se non impossibile definire la provenienza del denaro in quanto la maggior parte delle transazioni viene effettuata in contanti. Ed è proprio su queste attività, spiega un recente rapporto della fondazione "Cesar", che si fonda l'espansione della mafia cinese. «Le comunità fuori dalla Cina - rivela il rapporto - finiscono tutte per essere controllate dalle triadi, che disciplinano l'emigrazione clandestina fornendo documenti contraffatti, spesso di marinai legalmente espatriati, o utilizzando quelli di connazionali già emigrati». La tecnica di conquista passa per «l'acquisizione di tutte le attività economiche del quartiere in cui la comunità si insedia, fino alla creazione di una vera e propria enclave (Chinatown) che diviene un sistema difficilmente penetrabile sia dalle forze dell'ordine sia dagli altri gruppi criminali».

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