Giovedì 13 Dicembre 2018 | 22:10

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Bush o Kerry? Ecco le regole per l'elezione presidenziale. Sondaggi «testa a testa»

WASHINGTON - Nel primo martedì dopo il primo lunedì del mese di novembre, come recita la legge, l'America va a votare per eleggere il suo presidente per i prossimi quattro anni: l'uomo più potente della Terra, quello più capace di incidere sui destini del Mondo.
La scelta è tra George W. Bush, presidente repubblicano, che punta alla conferma, e il suo sfidante John Kerry, caldidato democratico alla Casa Bianca.
Nell'imminenza dell'Election Day negli Stati Uniti, i guru della politica hanno alzato bandiera bianca: niente previsioni, perchè la corsa tra Bush e Kerry è troppo serrata. Chi cerca pronostici per il voto deve affidarsi alla cabala, che dice Kerry, o alla meteorologia, che dice Bush. Neppure i segni del cielo, astrologici e astronomici, sono, dunque, concordi.
Le prime elezioni dopo gli attacchi terroristici dell'11 Settembre 2001, propongono un'alternativa tra due vie diverse alla priorità sicurezza: Bush intende perseguirla all'esterno prevenendo le minacce e all'interno mutilando alcune libertà; Kerry vuole ottenerla senza sacrificare legalità internazionale e diritti civili.
La decisione uscirà, soprattutto, delle urne degli Stati in bilico tra repubblicani e democratici che, nelle ultime ore, si sono ridotti a otto: l'aritmetica dei Grandi Elettori, che sarà determinante, può premiare Bush o Kerry, indipendentemente dalla maggioranza del voto popolare, come avvenne nel 2000 (e altre due volte nella storia Usa, nel 1824 e nel 1888).
Per il momento, conti prudenti danno 227 Grandi Elettori sicuri a Bush e 200 a Kerry, ma ne restano 111 da assegnare e nessun dei due candidati è vicino alla maggioranza di 270.
LO STALLO DEI SONDAGGI - I due candidati sono alla pari, per la Gallup (49% ciascuno); o Bush è un punto avanti, per Zogby; o Kerry è un punto avanti, per la Maarist. Spesso il presidente è in vantaggio sullo sfidante, con divari, però, insignificanti, perchè inferiori ai margini d'errore.
E il 'sondaggio dei sondaggì della Cnn, media ponderata di una dozzina di rilevamenti nazionali, dà Bush al 48% e Kerry al 46%: la forchetta s'è stretta d'un punto, rispetto ai tre consueti dell'ultima settimana.
Una raffica finale di dati statali dice che rispetto al 2000 cambieranno campo il New Mexico -a Bush- e il New Hampshire -a Kerry-. Ma Florida, Ohio, Iowa, Minnesota, Michigan, mPennsylvania, Nevada e Hawaii restano aperti.
L'attenzione si concentra sui tre Stati chiave, Florida (27 Grandi Elettori), Ohio (20) e Pennsylvania (21): rilevamenti appena rilasciati da istituti universitari o locali danno la Florida verso Bush, ma l'Ohio e la Pennsylvania sono spaccati.
GLI ULTIMI MESSAGGI - «Andate a votare e siate con me» è l'invito agli elettori del presidente Bush nelle battute finali di una campagna frenetica, dove l'accento è sempre sulla lotta contro il terrorismo (e sulle asserite debolezze da "tiramolla" del suo rivale).
«Posso fare meglio di questo presidente, che non ha fatto il suo lavoro» è il messaggio del senatore Kerry, che predica sicurezza, ma anche occupazione, istruzione, assistenza.
Se vincerà le elezioni e sarà presidente, il democratico preannuncia «una serie di azioni» per garantire la sicurezza «come non ne avete mai viste», con il rapido insediamento di una nuova Amministrazione: «Farò alcuni passi forti e reali per rendere l'America più sicura».
LA POSTA IN PALIO - A recarsi alle urne, saranno almeno 110, forse 120 milioni di americani: ci s'attende una partecipazione record dagli Anni Sessanta, perchè Bush, il 'grande divisorè, ha polarizzato il Paese, mobilitato i suoi sostenitori e motivato i suoi oppositori.
Più gente vota, meglio è per Kerry, almeno sulla carta. Ma non c'è solo da eleggere il presidente: bisogna rinnovare il Congresso (tutta la Camera, 435 seggi: un terzo del Senato, 34 seggi su 100), 11 governatori su 50, migliaia di cariche statali e locali, e rispondere ai quesiti di 160 referendum in 34 Stati.
Nel Congresso, i repubblicani difendono maggioranze esigue, i democratici vogliono scavalcarli: hanno qualche possibilità al Senato, quasi nessuna alla Camera.
MARATONE ESTENUANTI - Il programma dell'ultima giornata dell'estenuante campagna è pesantissimo, specie per Bush, che comincia a fare comizi a Cincinnati in Ohio e prosegue, toccando in una sorta di odissea almeno sei città e sei Stati, in Pennsylvania, Wisconsin -a Milwaukee, la sua carovana d'auto incrocia quella del rivale-, Iowa, New Mexico, fino a sbarcare nella sua Itaca, il ranch di Crawford in Texas, dove domani voterà, prima di rientrare a Washington.
Il suo vice Dick Cheney, che ha fatto una "deviazione" di oltre 5.000 chilometri per andare a fare campagna alle Hawaii, torna sul continente e va in Colorado e in Nevada. Poi raggiunge anch' egli casa sua, nel Wyoming, per votare domani.
Kerry resta intorno ai Grandi Laghi, nella Rusty Belt, dal Wisconsin al Michigan all'Ohio. Domani, sarà a Pittsburgh, dove vota la moglie Teresa, e poi a Boston, dove attenderà i risultati. Il suo vice John Edwrads tocca Minnesota, Iowa e Ohio, poi fa l'ultima puntata nella contesissima Florida.
Karl Rove, il consigliere politico più autorevole di Bush, è ottimista: Bush, è la sua sensazione, vincerà d'un soffio il voto popolare e otterrà una larga maggioranza nel collegio elettorale. Ma i democratici non mostrano pessimismo: hanno con loro ricorsi storici e cabale sportive, perchè i Redskins, la squadra di football di Washington, hanno perso in casa e, dal 1936, se succede il partito al potere perde il voto.
Giampiero Gramaglia

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