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I tre dell'Apollo 11 e la Luna ... vista da vicino

A Edwin Aldrin, detto «Buzz», in un primo momento non era piaciuta molto l'idea di essere il secondo a scendere sulla Luna, dopo Neil Armstrong. E lo si può anche comprendere.
I tre dell'Apollo 11 erano stati presentati ufficialmente alla stampa il 9 gennaio 1969. Un giorno, dopo una delle varie sessioni di addestramento, Aldrin chiamò Armstrong e gli disse: «Neil, credo si debba affrontare seriamente il il problema di chi, fra noi due, debba uscire per primo dal Lem una volta atterrati».
«Buzz - gli rispose Armstrong - io credo invece che il vero problema sia quello di scendere sulla Luna, e che la missione vada bene. Il che non è poco...».
«Deke Slayton, direttore degli equipaggi, ci convocò nel suo ufficio - ricorda Buzz - e confermò che Neil sarebbe sceso per primo, perché era il comandante, aveva maggiore anzianità di servizio, e perché il portello d'uscita era più vicino alla sua posizione nel Lem, creando meno problemi. Ma poi accettai senza storie. D'altra parte sulla Luna, quando il Lem toccò la superficie, ci siamo arrivati assieme».
Quando l'abbiamo incontrato a Torino al congresso dell'International Astronautical Fedaration, l'abbiamo trovato non molto cambiato. Buzz Aldrin, a 73 anni ha persino più capelli, anche se bianchissimi, rispetto al taglio militaresco del '69: tutto normale, anche gli eroi dello spazio invecchiano.
Aveva cominciato a lavorare al programma dello shuttle, guidandone l'Ufficio Tecnico Nasa, ma nel 1971 abbandonò il corpo degli astronauti; era già iniziata per lui una vita difficile, dove faticò a reinserirsi nella società, subendo un duro contraccolpo psicologico.
«E non fu certo il complesso d'inferiorità per il fatto che scesi per secondo, come molti scrissero o dissero erroneamente - precisa l'uomo sceso con Armstrong nel Mare della Tranquillità.
«I motivi furono molti, ma soprattutto il fatto che mi sembrava di non poter chiedere più nulla alla vita che mi mandò in depressione...Ad un certo punto mi sono chiesto: e adesso cosa posso fare di meglio, quale sfida posso ancora raccogliere? Sembrava che il mio ritorno alla vita normale, dopo la missione e le dimissioni come astronauta, non avesse più senso. Pareva che la mia vita fosse finita lì, solo con una popolarità enorme, dove tutti ti cercavano e ti volevano, dove non potevi manco fare due passi per strada. Oggi quei tempi sembrano così lontani - ci dice mentre la gente passa e non lo nota affatto.
E nel frattempo di cosa si è occupato?
«Da una decina d'anni il mio lavoro è un fantastico hobby. Progetto nuovi razzi per il futuro, in particolare per un ritorno sulla Luna. D'altra parte prima di lasciare la Nasa avevo lavorato al progetto dello shuttle. Tutto questo come consulente di aziente e società aerospaziali americane, e mi diverto anche a studiare traiettorie per future astronavi dirette a Marte».
E la Luna- chiediamo- la pensa sempre?
«E come si fa a dimenticare, è sempre tutta qui - dice Buzz picchiandosi la fronte - Me la sogno pure, e spesso. In quel momento, pensavamo che quella nostra passeggiata di due ore e mezza potesse aprire, in tempi brevi, le porte spaziali per imprese sempre più complesse sulla Luna, e per un viaggio su Marte. Adesso, trentacinque anni dopo non vedo ancora come ci si possa ripetere in tempi brevi».
Quindi il ritorno di uomini sulla Luna è ancora lontano...
«Volendo si potrebbe partire subito, ma è importante varare un programma complesso e ben delineato in tutti i suoi obiettivi. Andare sulla Luna è possibile anche con le tecnologie attuali, senza dover ricorrere ad un programma come l'Apollo. Però oggi tornarci come abbiamo fatto noi, non avrebbe senso. Bisogna farlo per costruirvi della basi permanenti sulla sua superficie, e magari per fare della Luna una stazione di passaggio per future missioni umane su Marte, con il vantaggio non indifferente di sfruttare la gravità inferiore a quella terrestre, con grande risparmio di combustibile, per un'astronave grande e pesante come si pensa debba essere quella destinata a portare uomini su Marte».
«Oggi è importante cooperare tutti assieme nello spazio - aggiunge Aldrin - Chi invece ai libri si è dedicato quasi a tempo pieno è Mike Collins, l'uomo solitario della missione, che restò ai comandi dell'Apollo mentre Armstrong e Aldrin portavano a compimento il primo sbarco. Ha scritto sette libri, alcuni sulla storia dell'astronautica e sull'Apollo 11, e uno sull'esplorazione di Marte, la sua passione. «Sì, non rinnego nulla del mio passato lunare - ci disse Collins quando lo incontrammo qualche anno fa, quando ancora appariva in pubblico - ma il futuro dell'esplorazione umana è Marte - conferma l'ex astronauta e cadetto di West Point.
Collins, come detto di recente non appare più in pubblico: già piuttosto chiuso e riservato di carattere, ha avuto qualche anno fa un lutto grave per la morte del figlio Micheal junior. Sappiamo che svolge una normale vita da pensionato, che va a fare la spesa («E nessuno mi riconosce...meno male» - ci confidò), e che scrive articoli e libri.
Destinato al volo dell'Apollo 8, per una brutta caduta che lo costrinse a portare per mesi un collare dovette cedere il posto a Jim Lovell. Forse, se fosse partito con Apollo 8, l'odissea su Apollo 13 sarebbe toccata a lui e non a Lovell, interpretato sul grande schermo da Tom Hanks.
«Ricordo quei lunghi silenzi con nostalgia - ricorda Mike - Sai, mentre Neil e Buzz erano sulla Luna, io ero l'uomo più solo nell'Universo. E poi io amo il silenzio e la tranquillità da sempre, forse per questo da ragazzo mi sono innamorato del volo».
Rimpianti per non essere sceso? «No, direi di no. Sarò noioso, ma come ripeto, il mio rimpianto è stato di non andare su Marte».
Se Neil e Buzz per un incidente non fossero più tornati ad agganciare l'Apollo? «Avrei detto loro "bye bye", e sarei tornato sulla Terra da solo. Ma non è mai successo, anche in altre missioni. Meno male».
Il momento più difficile della missione? «Un paio. Il primo mentre Neil e Buzz stavano scendendo sulla superficie. Mi ero accorto che erano a corto di carburante e che c'erano difficoltà a scendere in un punto sicuro. Esclamai: "Avanti Neil, porta giù quel coso". E andò bene. Il secondo, quando al momento di attraccare il Lem in orbita lunare, ci fu qualche scossone e vibrazione imprevista. Un po' di batticuore, ma andò bene anche lì».
Torneremo sulla Luna? «Sì, magari per farne una stazione di lancio intermedia, con gravità ridotta, per lanciare a costi ed energia più bassi le future astronavi per Marte».

Antonio Lo Campo

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