Sabato 15 Dicembre 2018 | 05:02

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Fra i suoi delitti, la strage del giudice Falcone e della sua scorta

ROMA - Prima dell'«incidente» di ieri sera, quando è stato bloccato in un albergo nei pressi di Roma, sorpreso mentre parlava al cellulare che non poteva tenere con sé, Giovanni Brusca poteva lasciare il carcere ogni 45 giorni. Quella telefonata, che contravveniva agli obblighi imposti dai giudici del tribunale di sorveglianza di Roma, gli è costata adesso la revoca del beneficio di cui l'ex boss mafioso, diventato collaboratore di giustizia, poteva godere da poco tempo.
L'autorizzazione dei giudici del Tribunale di sorveglianza di Roma era motivata con la «buona condotta» in carcere del sicario che ha premuto il pulsante del telecomando nell'attentato in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della scorta, e che ha ordinato l'uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio del pentito Mario Santo, strangolato e poi sciolto nell'acido.
Brusca, in cella dal giorno del suo arresto, avvenuto il 20 maggio del 1996, ha trascorso finora i permessi premio con la sua famiglia che vive in una località protetta. Scortato, in stato di detenzione domiciliare, l'ex capomafia di San Giuseppe Jato ha lasciato la cella per alcuni giorni a partire dalla scorsa primavera. Prima della decisione dei giudici della Capitale, il killer era uscito due anni fa dal carcere grazie a un'autorizzazione straordinaria per motivi familiari.
La decisione, come già avvenuto in passato per altri casi analoghi, aveva suscitato polemiche, così come il provvedimento con cui, pochissimi giorni fa, il Tribunale per le misure di prevenzione di Palermo aveva restituito immobili e beni aziendali sequestrati ad alcuni parenti di Brusca, perché «legittimamente acquisiti». Nelle prossime settimane i giudici del tribunale di sorveglianza dovranno decidere sull'istanza di scarcerazione del pentito. L'udienza era stata fissata per il mese scorso ma è stata poi rinviata per mancanza dei pareri delle Procure che hanno seguito la collaborazione dell'ex boss.
La norma in base alla quale erano stati concessi i permessi all'ex boss ora pentito è la 45 del 2001, votata da tutto il Parlamento (si è astenuto solo Antonio Di Pietro). Un articolo della legge si occupa dei benefici penitenziari per i collaboratori di giustizia, in presenza di determinate condizioni: che abbiano tenuto un atteggiamento di collaborazione; che non vi siano elementi che possano far ritenere il sussistere di un collegamento con la criminalità organizzata; che non si siano mai rifiutati di sottoporsi a interrogatori o esami dibattimentali e, infine, che vi sia stato un ravvedimento. Quando sono presenti questi requisiti e sia stata scontata un quarto della pena inflitta, il Tribunale di sorveglianza non può esercitare alcun potere discrezionale. La legge recita: «acquisita la proposta o il parere (e nel caso di Brusca deve essere dato dal Procuratore nazionale antimafia e dalle Procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze, n.d.r.), il tribunale, se ritiene che sussistano questi presupposti, adotta il provvedimento del beneficio penitenziario». E addirittura lo può adottare anche se il parere fosse sfavorevole, ma in questo caso deve addurre una specifica motivazione.

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