Lunedì 17 Dicembre 2018 | 06:43

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Giovedì prossimo il primo ministro iracheno Iyad Allawi verrà ricevuto da papa Giovanni Paolo II

CITTÀ DEL VATICANO - «Ora bisogna aiutare il governo Allawi». Dopo i numerosi e accorati appelli del Papa per l'Iraq, ora la Santa Sede passa ai fatti concreti nella speranza di arrivare alla pace in Iraq. Giovedì prossimo Giovanni Paolo II incontrerà in Vaticano il primo ministro iracheno Iyad Allawi, Primo ministro iracheno Al Allawi in un giorno particolare, nel quale la Chiesa festeggia l'onomastico di Karol Wojtyla.
E nonostante che la tradizione vuole per il 4 novembre una giornata di vacanza in Vaticano, alle 11 tutto sarà pronto al palazzo apostolico per accogliere l'uomo che secondo la Santa Sede può aiutare a risolvere la drammatica crisi irachena e a traghettare il Paese verso la democrazia. Una visita che rappresenta anche un riconoscimento concreto alla figura di Allawi.
Era il 21 settembre quando il segretario di Stato Vaticano, card. Angelo Sodano, lanciò da New York un appello: «Ora bisogna aiutare il governo Allawi. Dobbiamo aiutare quelle popolazioni che vivono tra il Tigri e l'Eufrate a vivere in pace e riconciliarsi tra loro: hanno già sofferto troppo. La sfida attuale è quella della riconciliazione. Per questo lavorano i cristiani che sono in Iraq, per questo lavorano con i vescovi. Là è la patria del patriarca Abramo che da Ur dei Caldei iniziò la sua grande avventura. Lui, come Padre delle tre grandi religioni monoteiste - Ebraismo, Cristianesimo e Islam - ci può aiutare a riconoscerci tutti figli dello stesso Padre che sta nei Cieli».
Parlando dei rapimenti rapimenti e delle violenze il card. Sodano osservava che «spesso si tratta di bande criminali che approfittano della mancanza di autorità», aggiungendo che «i terroristi, poi sanno che se una democrazia stabile prendesse piede a Baghdad metterebbe in difficoltà anche i Paesi vicini come l'Iran e l'Arabia Saudita, dove ancora si va in prigione per il possesso di un Crocefisso».
Lo stesso concetto era stato ribadito una settimana dopo dal «ministro degli esteri» della Santa Sede, mons. Giovanni Lajolo, che intervenendo all'assemblea generale delle Nazioni Unite a New York aveva detto che è imperativo «sostenere il presente governo» del premier Allawi per traghettare il Paese verso la normalità e un sistema politico sostanzialmente democratico.
Il concreto pragmatismo della diplomazia vaticana, che tanto si è adoperata in questi anni di guerra per far comprendere al mondo islamico che quanto sta avvenendo in Iraq non è una «crociata», va di pari passo con il personale impegno di Giovanni Paolo II, di cui non si contano più gli appelli per la pacificazione del Paese mediorientale.
L'ultimo in ordine di tempo è stato fatto proprio questa settimana, al termine dell'udienza generale del mercoledì in piazza San Pietro: il papa ha fatto il suo appello per la popolazione che soffre, per gli ostaggi e i loro familiari, perché i cristiani restino nel Paese e contro la «cieca barbarie del terrorismo».
«Accompagno ogni giorno nella preghiera - ha detto - la cara popolazione irachena, intenta a ricostruire le istituzioni del proprio Paese». «Allo stesso tempo - ha aggiunto - incoraggio i cristiani a continuare con generosità ad offrire il proprio fondamentale contributo per la riconciliazione dei cuori».
«Esprimo infine - ha concluso il Papa - affettuosa partecipazione al dolore delle famiglie delle vittime e alle sofferenze degli ostaggi e di tutti gli innocenti colpiti dalla cieca barbarie del terrorismo».
Se da una parte la Santa Sede vuole che terminino le violenze in Iraq, dall'altra è preoccupata per la sorte dei cristiani iracheni: si moltiplicano, infatti, le testimonianze di una confessione oramai sotto assedio, anche dopo le due serie di attentati alle chiese di agosto e di ottobre.
Non per questo i rapporti tra cristiani e musulmani, da secoli in Iraq improntati al reciproco rispetto, vengono meno: l'agenzia Asianews ha reso noto che ieri una delegazione delle chiese cristiane irachene è andata a Najaf per visitare l'ayatollah Ali Al-Sistani. Nella delegazione era presente anche il patriarca caldeo Emmanuel Delly. I rappresentati si sono intrattenuti parlando della sicurezza e di vari aspetti necessari per la ricostruzione del Paese. Uno di questi è la partecipazione alle elezioni nazionali, in programma per il gennaio 2005.

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