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Ostaggio giapponese in Iraq: ieri dato per morto, oggi ancora vivo

TOKYO - Drammatica giornata oggi a Tokyo, dalla disperazione alla speranza sul filo di un giallo internazionale, riguardo la sorte del giovane ostaggio giapponese Shosei Koda, rapito in Iraq nella notte tra martedì e mercoledì scorso da un gruppo armato autoproclamatosi guidato dal terrorista giordano Abu Musab al-Zarqawi. I sequestratori avevano minacciato di decapitarlo entro 48 ore se il governo giapponese non avesse deciso di ritirare il suo contingente di truppe di terra in Iraq.
La capitale giapponese si è svegliata prima dell'alba con la quasi certezza che il giovane ostaggio era stato ucciso dai sequestratori, con due colpi d'arma a fuoco alla nuca, dopo essere stato torturato e percosso. Questa sera, Tokyo torna al buio, con la certezza che c'è stato, secondo i giapponesi, un clamoroso errore degli americani e che il giovane, giramondo e spensierato, è ancora in vita, anche se nessuno del governo giapponese sa dove e nelle mani di chi sia.

Koda resta dunque, come prima, sotto la minaccia di decapitazione, visto che il primo ministro Junichiro Koizumi ha ribadito, per l'ennesima volta, che il contingente di 570 soldati giapponesi di stanza a Samawa, nel centro dell'Iraq meridionale, tra Najaf e Nassiriya, non verrà ritirato.
La ridda di informazioni contrastanti sulla sorte del giovane ostaggio giapponese in Iraq stata originata da «un errore» degli americani, ha ufficializzato in serata il portavoce del ministero degli esteri giapponese Hatsuhisa Takashima, confermando che il cadavere ritrovato ieri sera a Balad, a metà strada tra Baghdad e Tikrit «non è» di Shosei Koda. «Gli americani ci avevano informato di aver trovato un cadavere che corrispondeva all'identikit dell'ostaggio - ha precisato - Ma c'è stato un errore».

Il ministro degli esteri Nobutaka Takashima ha rincarato la dose, dichiarando che «l'errore è nato solo da informazioni errate fornite dagli americani. Escludo che ci siano stati fraintendimenti nelle comunicazioni». E il premier Koizumi «ha chiuso» l'imbarazzante infortunio con un secco «Lavoriamo al massimo delle forze per ottenere la liberazione dell'ostaggio. Invito tutti nel governo a non dare informazioni non confermate».
Chiusisi in un muto dolore dopo aver appreso all'alba che il figlio era stato con ogni probabilità ucciso, i genitori di Shosei Koda, Noburu e Setsuko, e il fratello maggiore Maki, sono tornati a respirare. «E' di nuovo intatta la speranza che nostro figlio sia vivo», ha detto il padre Noboru. Memore, forse, con gratitudine che il cuore di madre di Setsuko aveva visto giusto anche nei momenti più cupi di disperazione all'alba. «Per me Shosei è ancora vivo. Non voglio pensare ad altro», aveva continuato a ripetere ai parenti messisi subito in contatto con lei per telefono dopo le notizie sull'uccisione.

Nelle lunghe ore tra l'alba e la sera, è stata confusione totale e talvolta macabra. Le informazioni fornite dai militari Usa non sembravano lasciare margini di dubbi. «Il cadavere trovato a Balda corrisponde nei particolari somatici all'identikit di Koda che noi avevamo fornito da giorni», avevano detto nelle prime ore di stamani Hosoda e Takashima. Preparandosi all'identificazione definitiva che sarebbe dovuta avvenire dopo il trasporto della salma in aereo dall'Iraq a Doha in Quatar.
Dopo qualche ora di nervosa attesa, condita di inspiegabili ritardi nella partenza dell'aereo militare Usa e nella scelta della destinazione finale, il primo colpo di scena. Il portavoce del governo Hiroyuki Hosoda annuncia che il cadavere, trasportato a Kuwait City ed esaminato da medici dell'ambasciata giapponese a Baghdad «non di Shosei Koda. Dentatura e carie curate del cadavere non sono del giovane giapponese. La testa inoltre è calva, e l'ora presunta della morte non coincide». Subito dopo altra suspence. Prima il portavoce del ministero degli esteri Takashima, poi lo stesso Hosoda correggono parzialmente il tiro e lasciano intendere che forse c'è stato un incredibile scambio di cadaveri e che la salma esaminata a Kuwait potrebbe non essere quella trovata dagli americani a Balad. «Altri cadaveri sono in arrivo dall'Iraq. Dobbiamo attendere», spiegano i due portavoce, tra lo sconcerto della stampa.
In realtà, ma lo si saprà dopo, i medici giapponesi erano rimasti interdetti e senza parole nell'esaminare il cadavere portato dagli americani a Kuwai City: un iracheno di corporatura massiccia, sui cinquant'anni, calvo. Impossibile da prendere per Koda, giovane, slanciato e un po' capellone. Da qui le insistenti richieste ai militari Usa perché controllassero meglio i cadaveri in loro possesso.
Alla fine, la verità: nessuno scambio di salme, solo un grossolano errore di identificazione dei soldati americani.

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