Venerdì 18 Gennaio 2019 | 16:20

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Martedì 2 novembre l'«Election day»: il presidente Repubblicano George Bush - protagonista della "guerra al terrorismo" e dell'invasione dell'Iraq - sfidato dal Democratico John Kerry

Florida - Primo dibattito televisivo tra John Kerry e George W. Bush WASHINGTON - Fra circa cento ore, le schede cominceranno a essere contate negli Stati Uniti, al tramonto dell'Election Day, il 2 novembre. Ma i giochi sono aperti e, dice John Zogby, un mago nel leggere i segnali della politica a stelle e strisce, «tutto può ancora accadere».
Il presidente George W. Bush e lo sfidante John Kerry, candidato democratico alla Casa Bianca, rivedono momento per momento le loro strategie di fine campagna: bisogna seguire la geografia degli Stati in bilico, azzeccare le mosse giuste.
Bush manda alle Hawaii il vice-presidente Dick Cheney, che farà campagna domenica nell'arcipelago. E Kerry ci spedisce la figlia Alex, accompagnata da un tenore democratico, l'ex vice-presidente Al Gore, candidato battuto nel voto 2000.
Le «isole del paradiso», tradizionalmente feudo democratico - da quando sono Stato, hanno votato repubblicano due volte -, sono balzate alle cronache della campagna in extremis, quando i sondaggi hanno mostrato che, quest'anno, la corsa è serrata anche lì.
Mentre si preparano, rispettivamente, ad attaccare, e a difendere, le Hawaii, Bush e Kerry fanno campagna oggi in due degli Stati più contesi.
Bush, che inizia la giornata nel New Hampshire, ha comizi in Ohio, a Toledo e a Columbus. Kerry raduna sostenitori a Orlando e a West Palm Beach in Florida, prima di spostarsi nel Wisconsin.
I loro numeri due li assistono, sui cammini della campagna.
Cheney e John Edwards percorrono entrambi la Rusty Belt, la cintura della ruggine vetero-industriale, un giacimento che può fornire almeno 70 Grandi Elettori.
L'incertezza della competizione eccita i Dottor Stranamore degli oroscopi politici: ricorsi della storia alla mano, c'è chi, come Stephen Marmon, sul New York Times, prefigura una presidenza Bush/Edwards -costituzionalmente, può starci-; e c'è chi, come Mark Moller, esperto giudiziario, ipotizza una vacanza improvvisa nella Corte Suprema -il presidente William H. Rehnquist è malato di cancro-, con Bush che sceglie il giudice che avrà la parola decisiva in una riedizione di Florida 2000.

LA CRONACA ALIMENTA LE POLEMICHE
Repubblicani e democratici attingono dalla cronaca spunti per attacchi incrociati: Bush vuole instillare negli elettori il dubbio sulle capacità di comandante in capo del rivale; Kerry cerca di mettere in evidenza gli errori del presidente.
Sul voto, resta la minaccia del terrorismo, ravvivata, nelle ultime ore, da un nuovo video: un soldato americano di al Qaida annuncia attacchi contro gli Stati Uniti, fa i nomi di possibili obiettivi, proprio mentre l'Fbi indica, invece, che le «chiacchiere» sul web su possibili attentati sono andate smorzandosi. Però, Fbi e polizia di frontiera hanno arrestato oltre cento persone considerate potenzialmente «una minaccia» e ne tengono «sotto sorveglianza» centinaia d'altre.
Ci sono, poi, i sussulti che imbarazzano l'Amministrazione, e inducono Cheney a una marcia indietro, sulle 380 tonnellate d'esplosivo scomparso in Iraq (adesso, il Pentagono sostiene di averne distrutto buona parte, ma senza prove convincenti).
E l'economia manda segnali contraddittori: la crescita è buona, 3,7% nel terzo trimestre, ma è inferiore alle attese; e la fiducia dei consumatori non decolla.

SONDAGGI IN STALLO
C'è gran movimento su tutti i fronti meno che su quello dei sondaggi, dove le cifre continuano a indicare equilibrio estremo tra Bush e Kerry: parità piena, sancisce Zogby, che prende il polso della contesa ogni giorno; e il rilevamento di "Abc" e "Washington Post" vede Bush avanti d'un punto, il che statisticamente non vuole dire nulla.
Anche i dati dagli Stati in bilico non fanno chiarezza: nei calcoli più prudenti, Bush è sicuro di disporre di 191 grandi elettori e Kerry di 175, ma 172 restano da assegnare. Anche chi si sbilancia e incasella qualche Stato in più non arriva mai a mettere insieme la maggioranza (270 su 538 Grandi Elettori) per l'uno o per l'altro.

IL CAMPIONE DISERTA, L'ATTORE SI PRESENTA
Per Bush, quella di giovedì è stata l'ultima notte alla Casa Bianca prima del voto: il presidente non progetta, infatti, di rientrare a Washington prima di martedì prossimo, dopo avere votato a Crawford, in Texas.
Nei comizi odierni, che i suoi collaboratori affermano «vengono dal cuore», Bush riceve, nell'Ohio, l'appoggio di Arnold Schwarzenegger, governatore della California, che è a Columbus per un appuntamento di culturisti.
Invece, il presidente è «tradito», nel New Hampshire, da Curt Schilling, lanciatore dei Red Sox di Boston, la squadra di baseball per cui tifa Kerry, appena laureatasi campione d'America. L'atleta, che è un sostenitore di Bush, nega di avere mai avuto intenzione di partecipare al comizio: c'è stato un disguido, o una beffa, via internet.
Kerry, ieri, nell'Ohio, s'era presentato sul palco con Bruce "the Boss" Springsteen, di fronte a una folla strabocchevole per un evento politico, 80 mila persone. Oggi, in Florida, c'è meno gente ad ascoltare i discorsi di sintesi della campagna: una somma dei motivi per cui Bush deve lasciare la Casa Bianca e Kerry deve sostituirlo.
Giampiero Gramaglia

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