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Per il Medio Oriente è un terremoto politico

TEL AVIV - Vorrebbero proprio disporre di una sfera di cristallo, i commentatori politici locali, in una settimana che rappresenta per la zona un vero terremoto.
Il 26 ottobre, nella tarda serata, il premier Ariel Sharon è riuscito a strappare in parlamento un sofferto assenso al ritiro totale (o quasi) da Gaza, dopo 37 anni di occupazione e di insediamento. Ma il Likud è lacerato, la coalizione di governo in tumulto. Prima occhiata alla sfera di cristallo: riuscirà Sharon a compiere passi concreti per lo sgombero di ottomila coloni? O dovrà andare nel 2005 ad elezioni anticipate? Nelle stesse ore, a Ramallah, il presidente palestinese Yasser Arafat lotta contro un male oscuro, ancora senza un nome preciso. Il 27 ottobre, nella tarda serata, qualcosa di drammatico accade nella Muqata, a Ramallah. «Arafat ha perso conoscenza» dice radio Gerusalemme. Forse è solo uno svenimento. Ma ieri medici da diverse nazioni decretano che deve ricoverarsi in un ospedale attrezzato con i macchinari più moderni. E stamane, dopo oltre due anni e mezzo di assedio, Arafat lascia in volo la Cisgiordania, diretto in Francia.
Seconda occhiata alla sfera di cristallo: sarà un volo di sola andata, come pensa il vicepremier israeliano Yossef Lapid? Chi riempirà intanto il vuoto politico che già si avverte nei Territori? Negli Stati Uniti è intanto iniziato il count-down della presidenziali. Dalla sfera si vorrebbe sapere: chi vincerà? George Bush, che in questi anni ha dato un appoggio totale ad Ariel Sharon e ha sistematicamente ignorato Arafat? Oppure John Kerry, che nelle dichiarazioni pubbliche appare pure filo- israeliano ma potrebbe sempre riservare sorprese nella scelta dei collaboratori?

PRIMI PUNTELLI
Con una tale quantità di variabili, nessuno è capace di fare previsioni fondate per il prossimo futuro. Nel frattempo sul terreno si riscontrano primi puntelli.
Il dialogo israelo-palestinese, sia pure timidamente, è già ripreso. C'è stata una telefonata fra Sharon e il premier Abu Ala: ufficialmente è stato spiegato che hanno discusso gli aspetti logistici del trasferimento di Arafat all'estero. Ma era pur sempre la prima telefonata fra i due in un anno. E, secondo la stampa palestinese, Sharon ha avuto poi cura di far pervenire ad Abu Ala una lettera in cui si impegna a consentire il ritorno di Arafat in Cisgiordania, a cure completate.
A Ramallah intanto la leadership politica si appresta a gestire la fase di transizione. Secondo un parlamentare arabo israeliano, Ahmed Tibi, Arafat non ha voluto firmare alcun passaggio formale di potere. Ma già si sa che domani l'ex premier Abu Mazen (Mahmud Abbas) presiederà due riunioni importanti: quella del Comitato esecutivo dell'Olp e quella del Comitato centrale di al Fatah. Accanto a lui, il premier Abu Ala assicura i contatti internazionali e la gestione dell'Anp. La terza figura di spicco è Salim Zaanun, presidente del Consiglio nazionale palestinese, il parlamento "in esilio" in cui è rappresentata anche la diaspora palestinese. Con loro cooperano Rawhi Fattuh, il presidente del parlamento di Ramallah, e Jibril Rajub, presidente del Comitato della sicurezza nazionale.
La opposizione islamica, per ora, si limita ad esprimere apprensione per la sorte di Arafat e a ripetere che in questa fase la cosa più importante è mantenere la massima coesione nazionale per difendere la Intifada e mettere fine alla occupazione israeliana.

DUE SCENARI
I commentatori che malgrado l'alto livello di incertezza si azzardano a delineare un futuro, prevedono un aumento delle pressioni internazionali su Sharon.
Ancora tre giorni fa, alla Knesset, il premier aveva accusato Arafat di essere votato alla distruzione di Israele e aveva lamentato la assenza di un partner di pace palestinese. Oggi un esponente della sinistra israeliana, Yossi Beilin, gli ha consigliato di mettere subito alla prova Abu Mazen ed Abu Ala, coordinando con loro il ritiro da Gaza. Pressioni in questo senso - e più in generale per la realizzazione della Road map (Tracciato di Pace) - potrebbero venire anche da Egitto e Giordania, nonché dagli Stati Uniti e dall'Unione europea.
Una seconda constatazione riguarda i preparativi avanzati nei Territori per la indizione nel 2005 di elezioni presidenziali, politiche e locali. È stato un grande impegno organizzativo che ha prodotto risultati soddisfacenti. Adesso, viene osservato, Israele ha tutto l'interesse a favorire il regolare svolgimento di quelle elezioni, senza interferire in alcun modo. Chiunque esca vincente, disporrà della legittimità nazionale che finora era il monopolio di Arafat.
Aldo Baquis

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