Giovedì 13 Dicembre 2018 | 19:13

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SCHEDA - Arafat, il leader dei palestinesi

TEL AVIV - Da quarant'anni Yasser Arafat ossessiona ed intriga l'immaginario collettivo degli israeliani.
Di nemici, di volta in volta, ne sono comparsi diversi al loro orizzonte. Anche temibili: come il siriano Hafez Assad e gli egiziani Gamal Abdel Nasser e poi l'Anwar Sadat della traumatica guerra del Kippur (1973).
Ma solo lui - Arafat - è riuscito ad ipnotizzare in maniera così profonda e prolungata gli animi degli israeliani. Solo lui ha saputo suscitare passioni così profonde, e risvegliare anche timori ancestrali e metafisici.
«Una reincarnazione di Amalecco» hanno detto di lui diversi rabbini andando col pensiero al re di un popolo tribale del Sinai che, nel racconto biblico, si mostrò tenacemente ostile verso il popolo ebraico.
Negli anni Settanta, quando Arafat comandava al-Fatah e i terroristi di Settembre Nero dirottavano aerei, Abu Ammar - questo il suo nome di guerra - veniva visto essenzialmente come un guerrigliero insidioso alla strega di Carlos, Abu Nidal e altri ancora. Un problema tecnico, dunque, da neutralizzare.
Fu solo alla fine degli anni Settanta, con il primo governo di Menachem Begin (Likud), che la immagine di Arafat proposta agli israeliani cambiò radicalmente. Alla Knesset Begin definiva il leader dell'Olp 'la bestia bipedè o anche 'l'uomo coi peli sul voltò. Boutades che suscitavano fragorosi scoppi di risa, e anche esclamazioni di oltraggio dai banchi della sinistra radicale.
Profondamente turbato dal ricordo dell'Olocausto, con la invasione del Libano (1982) Begin cominciò a vedere una somiglianza fra il bunker in cui era rintanato Arafat e il bunker dove Adolf Hitler commise il suicidio. «Da Hitler in poi - diceva Begin - nessuno ha mai versato tanto sangue di ebrei come Arafat».
Anche se il paragone con Hitler appariva allora agli israeliani un po' sproporzionato, certamente nessuno nello stato ebraico poteva trovare assoluzione per colui il quale sistematicamente, fin dalla fine degli anni Sessanta, ispirava continui attentati terroristici anti israeliani.
Molti ricordano la difficoltà fisica provata nel 1993 dal premier Yitzhak Rabin nello stringere la mano - su pressione del presidente Bill Clinton, sul prato antistante la Casa Bianca - dell'uomo tanto odiato.
Il cervello diceva che anche Anwar Sadat era stato responsabile della morte di migliaia di soldati israeliani: ma poi era stato possibile fare la pace con lui. Ma il cuore protestava che con Arafat la situazione era comunque diversa.
Per puntellare la riconciliazione con i palestinesi, secondo Rabin, era dunque necessario rimuovere la disumanità attribuita ad Arafat dai dirigenti del Likud.
Gli incontri cordiali fra i due statisti fecero il miracolo.
Certo: la divisa militare e la barba ispida del Rais ancora incutevano repulsione fra gli israeliani. Ma la figura del presidente palestinese cominciò gradualmente a trasformarsi.
Arafat era amato dagli attori satirici israeliani, e il suo volto comparve anche in figurine comics. Quando poi, in occasione del Capodanno ebraico, Arafat si esibiva in auguri in ebraico (Shannà Tovà), le televisioni locali riferivano appagate. L'Amalecco di un tempo, la riedizione di Hitler nel bunker era divenuta una specie di nonno benevole ed innocuo.
Tutto ciò cambiò un'altra volta il 28 settembre 2000, con l'inizio della Intifada. Agli occhi degli israeliani, adesso Arafat aveva gettato la maschera ed era tornato ad essere 'il Lupò che mangia 'Cappuccetto Rossò, ossia gli israeliani.
Il paziente lavoro di Rabin andò allora perduto. Con Sharon, Arafat tornò ad essere l'origine del Male: infaticabile istigatore di attentati, votato alla Guerra santa islamica e alla distruzione di Israele in sintonia con nemici implacabili come l'Iran. Coperto da un tale involucro di ostilità, nemmeno la sua debolezza fisica, il suo deperimento progressivo, il suo confino a Ramallah hanno più causato alcun ripensamento su di lui nell'israeliano medio.
Aldo Baquis

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