Mercoledì 12 Dicembre 2018 | 18:23

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Assoluzione Andreotti - «Contento d'esserci arrivato vivo»

ROMA - «Come sono sopravvissuto a questi sette anni, mi auguro di campare abbastanza per vedere risolta in modo giusto questa vicenda». Era il 10 aprile del '99. Giulio Andreotti aveva ottant'anni quando a Genova, commentando la richiesta avanzata dai Pm di Palermo di 15 anni di reclusione, espresse la sua preoccupazione principale: quella di «sopravvivere» materialmente alla sentenza finale. Più di cinque anni dopo, con l'assoluzione di oggi, il suo auspicio s'è avverato. «Sono soddisfatto di essere arrivato vivo alla fine di questo processo. Qualcuno voleva che togliessi il disturbo, ma non l'ho fatto». E' passata poco più di mezz'ora dal pronunciamento dell'Alta Corte. I giornalisti e le telecamere affollano il salottino fuori dal suo ufficio di senatore a vita a palazzo Giustiniani. Seduto in poltrona, l'uomo politico più rappresentativo della cosiddetta Prima Repubblica è cortese e disponibile come sempre, tanto da ripetere addirittura alcune risposta a qualche giornalista ritardatario. Accanto a lui siede l'avvocato che più di ogni altro l'ha seguito in questa vera odissea giudiziaria, Giulia Buongiorno.
Andreotti, pacato e lucidissimo, ribadisce punto per punto tutti gli argomenti usati nei processi. Non risparmia critiche ad alcuni magistrati che ha incontrato in questi anni denunciando le loro «manipolazioni dei collaboratori di giustizia che nulla hanno a che fare con il diritto» ma lo fa sempre mantenendo un grande equilibrio: «Oggi voglio sottolineare la grande libertà dimostrata dai giudici della Cassazione: non perchè gli altri non lo siano - precisa - ma perchè in altre zone ho visto, in alcune udienze, dei condizionamenti che hanno poco a che fare con il diritto». Quindi rimarca, seppur implicitamente, la profonda differenza tra la sua condotta processuale e quella di altri leader politici del passato e del presente. Con la dignità dello statista sottolinea che «nonostante i tempi lunghissimi dei processi non sempre ragionevoli» la sua difesa «non ha mai usato scorciatoie». «Mi sono assoggettato sempre alla giustizia com'era mio dovere di cittadino», dice con voce bassa ma piena di orgoglio. «Ora la questione è chiusa e spero di dimenticare», conclude Andreotti. Ma, prima, non risparmia qualche stoccata a chi, nei tempi in cui ricopriva incarichi di governo, lo attaccò duramente. Accuse che, alla luce dell'assoluzione, Andreotti smonta a una a una ricordando diversi episodi che dimostrano il contrario. L'obiettivo principale è sempre lo stesso, l'ex magistrato e dirigente dell'allora Pci, Luciano Violante: «Ricordo molto bene - racconta - l'attacco che subii dai comunisti e da Violante quando, nel giorno stesso in cui scadevano i termini di scarcerazione per pericolosi mafiosi imputati al maxiprocesso, feci un decreto legge per impedirlo... Ricordo che facemmo un Consiglio dei ministri straordinario, di notte, lasciando aperto il verbale per bloccare quelle scarcerazioni. E così, all'indomani, quei signori che stavano già brindando a casa furono bloccati. Allora subii un attacco furioso perchè contro di me si sollevò una questione di principio. Si temeva che quel decreto potesse rappresentare un pericoloso precedente. Detto questo - aggiunge risoluto - schierare i buoni e i cattivi e mettermi tra i cattivi è stato un po' troppo...». In un crescendo quasi liberatorio, Andreotti racconta quando, lasciando Palazzo Chigi, gli venne presentato, tra le altre cose, anche l'elenco dei latitanti mafiosi rintracciati e arrestati. «Scorrendo quell'elenco - ricorda - scrissi a mano, a margine, "Mancano Riina e Provenzano, finchè non saranno presi la vicenda non è chiusa"».
La lunga conversazione passa da momenti gravi ad alcuni scherzosi. Davanti ai giornalisti che tornano a chiedere ora cosa farà, Andreotti si schermisce e annuncia un suo nuovo volume, senza perdere il gusto per la battuta: «Ne approfitto per fare un po' di propaganda al mio prossimo libro che si intitolerà "Nonni e nipoti". Tratta di alcuni colleghi che ho conosciuto nella mia vita, da Gerry Scotti a un senatore che mi raccontò di essere stato in Brasile per vedere se lì si poteva organizzare una rivoluzione comunista».
Il suo processo ha cambiato la storia d'Italia? «Non credo proprio. Forse - risponde con un sorriso a mezza bocca - fisiologicamente eravamo stanchi: del resto siamo durati quarant'anni, il doppio di Giolitti e del fascismo. Ma ora lasciatemi andare a casa da mia moglie, sennò chissà che pensa...». E' l'ultima battuta concessa ai giornalisti prima di tornare lentamente nel suo studio, assolto da ogni accusa, stavolta per sempre.
Marcello Campo

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