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Pm Palermo: contro di lui accuse, non teoremi

PALERMO - La decisione della Cassazione che conferma la sentenza d'appello dei giudici di Palermo, lascia «sereni» i magistrati che hanno istruito il processo al senatore Giulio Andreotti. I Pm ribadiscono la «solidità « dell' impianto accusatorio, sostenendo che i giudici della Suprema corte hanno sostanzialmente confermato le loro tesi accettando l' impostazione dei giudici d' appello che, pur assolvendo Andreotti, hanno tuttavia dichiarato prescritto il reato di associazione per delinquere fino al 1980.
Una circostanza che sembra quasi ripagare i Pm palermitani dalle «ingiuste accuse» che hanno ricevuto in questi 11 anni.
Si dice «sereno» l'ex procuratore di Palermo, Gian Carlo Caselli, così come i pm che hanno sostenuto in aula l'accusa: Guido Lo Forte, Roberto Scarpinato e Gioacchino Natoli.
«Siamo sereni - afferma Caselli, oggi procuratore generale a Torino - perchè consapevoli di aver fatto il nostro dovere, anche nei momenti più difficili. Questa sentenza è la dimostrazione che non ci sono mai stati teoremi, ma solo fatti, e come tali suscettibili di letture diverse. Chi in questi anni ci ha accusato di aver fatto teoremi o altro, riversandoci addosso calunnie, spero adesso la finisca».
«La Cassazione - aggiunge il magistrato - ha poi confermato la sentenza di appello anche nella parte che dichiara prescritto il reato commesso, concretamente ravvisabile a carico dell' imputato fino alla primavera del 1980».
Caselli ricorda con sofferenza i continui attacchi ricevuti e chiude citando il testo di un giurista: «Tutti noi abbiamo letto il libro di Calamandrei sul magistrato Sansoni che ai tempi del fascismo veniva definito "pretore rosso": non era nè rosso, nè grigio, nè di altri colori, faceva solo il suo dovere. Ma, come dice Calamandrei, un magistrato che fa il suo dovere dovrà subire sempre attacchi nel corso della sua carriera. Ogni processo è un procedimento a sè, la vera giustizia i siciliani l'hanno avuta soprattutto dalle centinaia di ergastoli che grazie al nostro lavoro sono stati inflitti ai mafiosi in questi anni».
Sereni sono anche i tre pm che hanno indossato la toga davanti ai giudici del tribunale per sostenere l'accusa di Andreotti. «Ci auguriamo - dicono Lo Forte, Scarpinato e Natoli - che la sentenza della Cassazione, nel confermare quella di Appello, riconosca la fondatezza storica delle condotte contestate al senatore Andreotti sino alla primavera del 1980 e induca coloro che in questi anni hanno formulato ingiuste accuse, a rimeditare la propria posizione».
«Siamo sereni - ribadiscono i tre magistrati - come lo siamo sempre stati in questi anni, nonostante abbiamo dovuto subire in silenzio la martellante e ingiusta accusa di avere costruito un processo fondato su teoremi».
Natoli e Lo Forte nei prossimi mesi lasceranno la procura di Palermo per assumere un nuovo incarico, come giudici, il primo al tribunale penale e il secondo alla sezione civile.
Chi invece si cuce la bocca e non vuole dire nulla, nonostante la conferma dell'assoluzione, è uno dei legali di Andreotti, l'avvocato Gioacchino Sbacchi. Il penalista palermitano, che ha preferito non partecipare alle udienze in Cassazione, pur realizzando e firmando i motivi d'appello, «non vuole dire nulla» sul dispositivo emesso dai giudici della Suprema Corte. «Non sono stato presente all'udienza di Roma - dice il legale - e non voglio parlare».
Sbacchi, con Franco Coppi e Giulia Bongiorno, ha fatto parte per 11 anni del collegio difensivo di Andreotti.
Lirio Abbate

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