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G.B. - Blair in difficoltà inizia a parlare di riforme

LONDRA - Un sondaggio dice che due terzi dei cittadini britannici non condividono la sua gestione della guerra al terrorismo, una fetta consistente del suo partito ce l'ha con lui per la guerra in Iraq e le armi che non c'erano, ma Tony Blair non sembra scomporsi. E cambia discorso, parlando delle riforme che intende portare avanti nel suo terzo mandato a Downing Street, se verrà rieletto.
Mentre si appresta a incontrare in privato il gruppo parlamentare laburista - al quale disse prima della guerra che Saddam Hussein aveva un attivo programma per produrre armi vietate, rivelatosi inesistente - e a essere messo sulla graticola per la gestione della crisi irachena, Tony Blair ha scelto oggi di parlare di riforme.
Per il premier britannico, che sul fronte interno si muove con disinvoltura assai maggiore, lo stato sociale tradizionale va cambiato per creare un sistema dove tutti abbiano accesso a servizi di qualità e alle opportunità di avere successo.
Intervenendo all'Istituto per la ricerca sulle politiche pubbliche, Blair, che ha di fatto tracciato le linee del terzo mandato cui si candiderà, ha affermato che «le grandi idee» hanno ancora un ruolo nella politica, respingendo la visione avanzata dai Conservatori nel loro ultimo congresso, per i quali non c'è più bisogno di «visioni grandiose», perchè la gente vuole «azioni e non parole».
«C'è la sensazione in giro che è meglio che i politici abbandonino le grandi visioni e le grandi cause e facciano quel che facevano i Conservatori, quella che io chiamo politica minimalista, un offerta così povera che la sua stessa povertà dovrebbe essere sintomo di credibilità», ha detto il premier.
«Ma le sfide che il Paese deve affrontare - ha spiegato - non saranno risolte con le politiche minimaliste, ma con riforme coraggiose che abbiano la loro base nei valori dell'equità e della giustizia sociale». Blair ha poi affermato che il Regno Unito ha bisogno di più mobilità sociale: «Deve diventare una caratteristica della vita sociale britannica».
Ma, a parte l'ovvio interesse dell'opinione pubblica per le riforme, il suo governo non riuscirà tanto facilmente a scrollarsi di dosso il fantasma iracheno. Il ministro degli esteri britannico Jack Straw farà domani una dichiarazione alla Camera dei comuni sull'Iraq, affrontando temi spinosi la pubblicazione del rapporto Usa sulle armi di distruzione di massa, che ha stabilito che non ce n'erano, e la drammatica uccisione del britannico Ken Bigley.
Straw dovrebbe spiegare le circostanze che hanno preceduto la terribile morte di Bigley e illustrare la situazione in Iraq, nella visione del governo di Londra. Su questa visione, c'è il peso del sondaggio della società Ipsos: per questo rilevamento il 62% dei britannici Blair non sta gestendo la lotta al terrore in maniera adeguata. E il capo del Foreign Office dovrà di certo anche affrontare la difficile questione sulle possibili scuse del governo sulla vicenda della armi mai trovate.
Un portavoce di Blair ha oggi difeso la scelta del premier di non chiedere scusa ai deputati, sottolineando che il rapporto dell'Iraq Survey Group «ha detto che la politica di contenimento di Saddam si stava sfaldando e che Saddam intendeva riprendere la produzione delle armi di distruzione di massa una volta che le sanzioni fossero state revocate».
Il portavoce, ribadendo che quella della guerra fu una scelta giusta, ha affermato che «stiamo tentando di creare un minimo di democrazia in Iraq. L'Afghanistan ha mostrato che una società può passare da un regime totalitario alla democrazia.
E' difficile, ma è possibile se si persevera».
Patrizio Nissirio

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