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Il doping e l'antidoping

Il laboratorio dell'Acquacetosa è di nuovo attivo, i casi di doping sembrano in diminuzione. Sta cambiando qualcosa?

No. Siamo passati da un laboratorio che non cercava a uno che cerca. Ma la domanda è: le sostanze che cerca sono tutte quelle che gli atleti possono assumere? Hanno a disposizione un tale ventaglio di soluzioni che diventa impossibile scovarli. L'ormone della crescita, ad esempio, non è rilevabile. L'epo è rilevabile, ma solo entro tre-quattro giorni dall'assunzione. Se introduco emoglobina, le analisi del sangue non rilevano nulla, nemmeno l'ematocrito cambia, ma io trasporto maggior ossigeno ugualmente. La strada intrapresa, insomma, è impraticabile se non per casi limitati. La soluzione è una e semplice, concreta e meno appariscente. Non bisogna più stabilire se un atleta è dopato o no, perché tu prendi un farmaco che io non conosco o non posso rilevare. Faccio un'altra cosa: siccome so che ogni farmaco ha degli effetti collaterali, che sono sempre di danno ai parametri della salute, eseguo dei controlli normalissimi di urina e sangue e se ti trovo, ad esempio, le transaminasi di un sessantenne significa che c'è qualcosa che non va al tuo fegato e quindi ti fermi fino a quando non tornano ai valori normali. Applicando sistematicamente questa regola, fermeremmo i responsabili una, due, tre, quattro volte fino a quando non avranno altra scelta. È, tra l'altro, un modo per risparmiare moltissimi soldi. Un esame antidoping costa almeno 300 euro.

È a conoscenza della presenza di centri in cui attualmente si sperimenta il doping?

Ci sono laboratori e specialisti completamente al servizio di atleti di alto, medio e basso livello. In Italia e in Europa, in Russia, in altri Paesi dell'ex Unione Sovietica, in Usa e si arrangiano piuttosto bene anche in Spagna e in Grecia. Rispetto a prima oggi è anche peggio. Le istituzioni non si sporcano più le mani. La seconda fase è ancora più perfida. All'atleta di livello viene detto: ecco il compenso e la borsa di studio, ora sbrigatela da solo. Lo schema della clientela è piramidale: pochi atleti professionisti, qualcuno in più tra quelli di medio calibro e tanti amatori. I medici italiani sono considerati molto competenti, non a caso i ciclisti stranieri vengono in Italia. Purtroppo si sono formati grazie ai cattivi maestri degli anni 80, utilizzati appunto per aumentare i successi dello sport italiano.

Si parla sempre più di doping genetico, di pari passo con il progresso della sperimentazione medica. C'è pericolo?

Il doping genetico darà la mazzata definitiva all'attività sportiva. Io dico che per dare un aiuto definitivo allo sport ci sia bisogno di pensatori che vengano fuori dallo sport. Piccoli pensatori, lo dico in senso scherzoso: intendo gli artisti, perfino il comico che può mettere in ridicolo chi pensa di toccare il cielo con un dito. Poi i grandi pensatori: chi si occupa di bio-etica, di discipline psico-sociologiche. Bisogna che si dica una volta per tutte: signori, l'uomo ha una omeostasi che non puoi forzare. Ma quali corse a tappe! Il ciclista, che è un essere umano, è distrutto dalla fatica se fa una frazione di montagna. Come può ripartire dopo poche ore per un'altra scalata? Bisogna lanciare messaggi alla famiglie, bisogna smitizzare gli eroi. Molte volte sta meglio l'individuo con la pancetta del campione che poi muore

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