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Il doping e la legge

Professor Donati, la legge emanata in Italia trova concreta applicazione?

Purtroppo la Commissione di vigilanza del ministero della Sanità, preposta al controllo e alla vigilanza, è una tipica commissione italiana che è neutralizzata dalla rappresentanza di molte categorie, una composizione eterogenea con membri che non hanno minimamente cognizione del problema doping. La lotta va dunque portata a livello territoriale. A livello centrale agiscono le lobby, infiltratesi all'interno della commissione, nelle aule parlamentari, addirittura fra coloro che lo hanno stilato il disegno di legge. C'è una componente sportiva molto forte (circa la metà dei membri) che però è timorosa: teme di essere colpita e ha un atteggiamento difensivo. Il vero obiettivo è la difesa della salute pubblica, che va molto al di là della difesa dello sport di alto livello. Insomma, bisognerebbe tralasciare l'interesse di bottega e mettere la conoscenza al servizio di tutti.

Come dovrebbe operare la Commissione?

La Commissione dovrebbe promuovere progetti di prevenzione, che non sono riconducibili a semplici convegni. Si tratta un lavoro capillare di semina che dovrebbe essere fatto a livello territoriale sugli adulti che incidono sull'educazione di un ragazzo: le famiglie, gli insegnanti scolastici, gli istruttori sportivi, i medici, addirittura gli operatori dell'informazione. Poi dovrebbe interagire con l'attività della magistratura per far sì che la legge venga interpretata a 360 gradi. Una legge non può essere promulgata per regolare l'attività dei professionisti dello sport. Una legge riguarda tutti i cittadini. Si dovrebbe quindi promuovere seminari di formazione con le procure della Repubblica, con i pubblici ministeri, in modo che questi ultimi possano intuire la gravità di un fenomeno segnalato dalle autorità di polizia. Alcune procure già sensibili al problema per esperienze già fatte, altre non sanno da dove cominciare.

Qual è in generale il giudizio sulla legge italiana antidoping?

La legge è discreta. L'enunciato di altissimo profilo scientifico ed etico («Costituiscono doping la somministrazione o l'assunzione di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e l'adozione o la sottoposizione a pratiche mediche non giustificate da condizioni patologiche ed idonee a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell'organismo al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti»). Succede però che viene contraddetto tanto da cadere a un livello infimo quando si fa propria la norma delle istituzioni sportive, secondo cui è doping quello che è inserito nella lista delle sostanze proibite. Insomma, al soggetto sano non si danno farmaci, salvo poi ridurre tutto a una lista. Dunque, basta usare un farmaco non inserito.

A che punto è la legislazione a livello europeo?

Nell'Europarlamento sono consci della problematica Il commissario europeo per lo sport, il ministro dell'Istruzione e della Cultura, Viviane Reading, ha affermato che da ricerca nei Paesi membri è emersa la diffusione del doping nello sport amatoriale e nello sport giovanile. Ovunque le palestre sono un luogo ad alto rischio (in almeno il 15 per cento dei casi, ma potrebbe essere molto di più). Sono un luogo di deposito e di traffico di sostanze dopanti. A livello Ue manca però totalmente collaborazione. Manca una legislazione specifica contro il doping in tutti i membri salvo l'Italia, la Francia e la Svezia, che non ha una normativa ad hoc, ma ha adattato la legge contro le sostanze stupefacenti in maniera da essere utilizzata anche nella lotta contro il doping. Molti Paesi tacciono (Germania, Spagna, Olanda) e sono porto franco. La stessa Francia, che si è fatta la nomea del Paese che lotta contro il doping, in realtà non lo fa . Fa un'azione spettacolare in occasione del Tour de France e la polizia ci campa di rendita per tutto l'anno. Non si sentono mai di azioni condotte tra i dilettanti, gli amatori o nelle palestre. Da noi invece cominciano ad esserci.

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