Giovedì 13 Dicembre 2018 | 01:35

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Intervista ad Alessandro Donati

Professor Donati, la legge emanata in Italia trova concreta applicazione?

Purtroppo la Commissione di vigilanza del ministero della Sanità, preposta al controllo e alla vigilanza, è una tipica commissione italiana che è neutralizzata dalla rappresentanza di molte categorie, una composizione eterogenea con membri che non hanno minimamente cognizione del problema doping. La lotta va dunque portata a livello territoriale. A livello centrale agiscono le lobby, infiltratesi all'interno della commissione, nelle aule parlamentari, addirittura fra coloro che lo hanno stilato il disegno di legge. C'è una componente sportiva molto forte (circa la metà dei membri) che però è timorosa: teme di essere colpita e ha un atteggiamento difensivo. Il vero obiettivo è la difesa della salute pubblica, che va molto al di là della difesa dello sport di alto livello. Insomma, bisognerebbe tralasciare l'interesse di bottega e mettere la conoscenza al servizio di tutti.

Come dovrebbe operare la Commissione?

La Commissione dovrebbe promuovere progetti di prevenzione, che non sono riconducibili a semplici convegni. Si tratta un lavoro capillare di semina che dovrebbe essere fatto a livello territoriale sugli adulti che incidono sull'educazione di un ragazzo: le famiglie, gli insegnanti scolastici, gli istruttori sportivi, i medici, addirittura gli operatori dell'informazione. Poi dovrebbe interagire con l'attività della magistratura per far sì che la legge venga interpretata a 360 gradi. Una legge non può essere promulgata per regolare l'attività dei professionisti dello sport. Una legge riguarda tutti i cittadini. Si dovrebbe quindi promuovere seminari di formazione con le procure della Repubblica, con i pubblici ministeri, in modo che questi ultimi possano intuire la gravità di un fenomeno segnalato dalle autorità di polizia. Alcune procure già sensibili al problema per esperienze già fatte, altre non sanno da dove cominciare.

Le inchieste di Guariniello attraversano complessivamente un momento di stasi. Come mai?

Guariniello ha aperto una stanza, ha trovato un labirinto. Il rallentamento è dovuto alla mole del lavoro. Ci sono problemi di gestione. Il pm agisce con delle strozzature rappresentate dagli ausiliari di polizia giudiziaria, suoi bracci operativi, che possono essere numericamente limitati o avere scarsa preparazione. Il pm è il cervello, ma ha bisogno di sostegno. In generale, ci sarebbe bisogno che procuratori generali recepissero l'importanza della questione. C'è da dire però che Pierluigi Vigna, procuratore nazionale antimafia, ha capito che il fenomeno è talmente grave da aver creato un coordinamento nazionale sui traffici delle sostanze dopanti. Ha chiesto a tutte le procure nazionale quali fossero i procedimenti giudiziari in corso in questo settore mandando un messaggio chiaro ai procuratori nazionali. D'altro canto è evidente l'intreccio col traffico della droga. Quest'ultimo ha una maggiore età e una dimensione molto più rilevante. Ma il traffico delle sostanze dopanti, nato 6-7 anni fa, è in contiua e rapida crescita (il fatturato in Italia è di 600-650 milioni di euro l'anno; nel mondo il giro di affari raggiunge i 20 miliardi, cui va aggiunto l'indotto, cioè parcelle mediche e costi di analisi specialistiche per regolare i trattamenti, che fa sfiorare i 50 miliardi di euro complessivi, n.d.r.). Negli ultimi tempi si sta affermando un'idea di una droga che non ti fa diventare una larva, ma che ti fa essere più di quello che sei dal punto di vista mentale (cocaina) o fisico (anabolizzanti). Insomma, ti fa essere l'uomo che vuole vivere sopra le righe.

Qual è in generale il giudizio sulla legge italiana antidoping?

La legge è discreta. L'enunciato di altissimo profilo scientifico ed etico («Costituiscono doping la somministrazione o l'assunzione di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e l'adozione o la sottoposizione a pratiche mediche non giustificate da condizioni patologiche ed idonee a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell'organismo al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti»). Succede però che viene contraddetto tanto da cadere a un livello infimo quando si fa propria la norma delle istituzioni sportive, secondo cui è doping quello che è inserito nella lista delle sostanze proibite. Insomma, al soggetto sano non si danno farmaci, salvo poi ridurre tutto a una lista. Dunque, basta usare un farmaco non inserito.

A che punto è la legislazione a livello europeo?

Nell'Europarlamento sono consci della problematica Il commissario europeo per lo sport, il ministro dell'Istruzione e della Cultura, Viviane Reading, ha affermato che da ricerca nei Paesi membri è emersa la diffusione del doping nello sport amatoriale e nello sport giovanile. Ovunque le palestre sono un luogo ad alto rischio (in almeno il 15 per cento dei casi, ma potrebbe essere molto di più). Sono un luogo di deposito e di traffico di sostanze dopanti. A livello Ue manca però totalmente collaborazione. Manca una legislazione specifica contro il doping in tutti i membri salvo l'Italia, la Francia e la Svezia, che non ha una normativa ad hoc, ma ha adattato la legge contro le sostanze stupefacenti in maniera da essere utilizzata anche nella lotta contro il doping. Molti Paesi tacciono (Germania, Spagna, Olanda) e sono porto franco. La stessa Francia, che si è fatta la nomea del Paese che lotta contro il doping, in realtà non lo fa . Fa un'azione spettacolare in occasione del Tour de France e la polizia ci campa di rendita per tutto l'anno. Non si sentono mai di azioni condotte tra i dilettanti, gli amatori o nelle palestre. Da noi invece cominciano ad esserci.

Ha cambiato l'opinione negativa sull'Agenzia Mondiale Antidoping (Wada)?

La Wada esercita un ruolo positivo. Ho il timore però che sia di fatto precario perché basato sulla figura dell'attuale responsabile, Dick Pound, sconfitto da Jacques Rogge nella corsa alla presidenza del Cio, che ha fato sentire la sua presenza più a livello politico. Del resto, il fatto che si sia dato il meglio durante le Olimpiadi, mi fa pensare quindi che l'agenzia confluisca nell'interesse commerciale gigantesco che ruota intorno ai Giochi.

Rogge è stato definito il paladino della lotta contro il doping. È d'accordo?

Rogge, con la sua cultura di carattere medico, è senza dubbio meglio di Samaranch (il predecessore, n.d.r.). In una scala ipotetica, lo spagnolo era zero, assolutamente indifferente al doping. Però non capisco come Rogge abbia potuto tenere come membri del Cio personaggi coinvolti nel doping. Quando ad Atene viene fatta fare una premiazione a Manuela Di Centa, che risulta in un procedimento giudiziario vasto (quello di Ferrara contro Conconi, n.d.r.) aver assunto Epo per diversi anni, allora le perplessità ci sono.

Pescante pagò, da presidente del Coni, lo scandalo delle provette al laboratorio antidoping dell'Acquacetosa di Roma. Ora è sottosegretario del ministero dei Beni Culturali con delega allo sport. Che ne pensa?

Premessa: lo sport è stato sempre al servizio dei nazionalismi in tutta la storia, sia in quelli definiti democratici sia nei totalitari, di destra o di sinistra (Germania, Urss , n.d.r.). Premesso anche che molte discipline sportive hanno una radice militare molto chiara, utilizzo una frase di Viviane Reading: «I governi si occupano poco dello sport giovanile e molto più di quello di vertice». Se questo accade, se si inseguono solo le medaglie, il sistema politico è in gran parte d'accordo in una visione nazionalistica che considero ottusa. Del resto, spesso, i leader politici sono stati dirigenti sportivi. Pescante non è il primo. Anche Carraro è stato ministro. Da quando il doping si è diffuso i responsabili sono stati molti. Pescante è caduto perché serviva che uno cadesse.
All'epoca dello scandalo dell'Acquacetosa, il pm Guariniello, dopo aver ascoltato Zeman, chiamò me. Gli dissi: quando faccio gli esami antidoping, non troverò tracce di sostanze nelle urine dei calciatori se non le avrò cercate. E il 99 per cento non venivano cercate. Guariniello fece chiedere le cartelle e non le trovò. Quindi capì che avevo ragione. Nonostante fossero state accertate le irregolarità, i vertici del calcio fecero finta di niente. Solo per l'intervento del Cio si prese atto e si revocò l'accredito al laboratorio. In definitiva, non credo che il responsabile fosse solo Pescante.

Il laboratorio è di nuovo attivo, i casi di doping sembrano in diminuzione. Sta cambiando qualcosa?

No. Siamo passati da un laboratorio che non cercava a uno che cerca. Ma la domanda è: le sostanze che cerca sono tutte quelle che gli atleti possono assumere? Hanno a disposizione un tale ventaglio di soluzioni che diventa impossibile scovarli. L'ormone della crescita, ad esempio, non è rilevabile. L'epo è rilevabile, ma solo entro tre-quattro giorni dall'assunzione. Se introduco emoglobina, le analisi del sangue non rilevano nulla, nemmeno l'ematocrito cambia, ma io trasporto maggior ossigeno ugualmente. La strada intrapresa, insomma, è impraticabile se non per casi limitati. La soluzione è una e semplice, concreta e meno appariscente. Non bisogna più stabilire se un atleta è dopato o no, perché tu prendi un farmaco che io non conosco o non posso rilevare. Faccio un'altra cosa: siccome so che ogni farmaco ha degli effetti collaterali, che sono sempre di danno ai parametri della salute, eseguo dei controlli normalissimi di urina e sangue e se ti trovo, ad esempio, le transaminasi di un sessantenne significa che c'è qualcosa che non va al tuo fegato e quindi ti fermi fino a quando non tornano ai valori normali. Applicando sistematicamente questa regola, fermeremmo i responsabili una, due, tre, quattro volte fino a quando non avranno altra scelta. È, tra l'altro, un modo per risparmiare moltissimi soldi. Un esame antidoping costa almeno 300 euro.

È a conoscenza della presenza di centri in cui attualmente si sperimenta il doping?

Ci sono laboratori e specialisti completamente al servizio di atleti di alto, medio e basso livello. In Italia e in Europa, in Russia, in altri Paesi dell'ex Unione Sovietica, in Usa e si arrangiano piuttosto bene anche in Spagna e in Grecia. Rispetto a prima oggi è anche peggio. Le istituzioni non si sporcano più le mani. La seconda fase è ancora più perfida. All'atleta di livello viene detto: ecco il compenso e la borsa di studio, ora sbrigatela da solo. Lo schema della clientela è piramidale: pochi atleti professionisti, qualcuno in più tra quelli di medio calibro e tanti amatori. I medici italiani sono considerati molto competenti, non a caso i ciclisti stranieri vengono in Italia. Purtroppo si sono formati grazie ai cattivi maestri degli anni 80, utilizzati appunto per aumentare i successi dello sport italiano.

Si parla sempre più di doping genetico, di pari passo con il progresso della sperimentazione medica. C'è pericolo?

Il doping genetico darà la mazzata definitiva all'attività sportiva. Io dico che per dare un aiuto definitivo allo sport ci sia bisogno di pensatori che vengano fuori dallo sport. Piccoli pensatori, lo dico in senso scherzoso: intendo gli artisti, perfino il comico che può mettere in ridicolo chi pensa di toccare il cielo con un dito. Poi i grandi pensatori: chi si occupa di bio-etica, di discipline psico-sociologiche. Bisogna che si dica una volta per tutte: signori, l'uomo ha una omeostasi che non puoi forzare. Ma quali corse a tappe! Il ciclista, che è un essere umano, è distrutto dalla fatica se fa una frazione di montagna. Come può ripartire dopo poche ore per un'altra scalata? Bisogna lanciare messaggi alla famiglie, bisogna smitizzare gli eroi. Molte volte sta meglio l'individuo con la pancetta del campione che poi muore.
G. Flavio Campanella

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