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Ma c'è un'inchiesta anche a Ginevra

GINEVRA - L'operazione che ha condotto alla chiusura di oltre venti siti Indymedia nel mondo potrebbe avere un legame anche con un'inchiesta aperta a Ginevra (Svizzera) dopo la denuncia sporta da due ispettori della Polizia locale.
«Ho aperto un'inchiesta ma non aggiungerò altro», ha affermato oggi il Procuratore del cantone di Ginevra Daniel Zappelli, citato dall'agenzia di stampa elvetica "Ats" senza confermare se l'azione del Fbi si è svolta su sua richiesta.
A Berna, né la Procura federale svizzera né il competente Ufficio federale di giustizia hanno confermato la trasmissione di una domanda d'assistenza giudiziaria negli Stati Uniti. Entrambi hanno fatto l'ipotesi di una richiesta del cantone di Ginevra.
Nei giorni scorsi infatti la stampa ginevrina aveva reso noto un intervento del Fbi in seguito alla denuncia per ingiurie e minacce sporta contro ignoti da due ispettori del cantone incaricati delle inchieste sui disordini del G8 nel 2003, dopo la pubblicazione delle loro foto sul sito Indymedia-Nantes. Secondo la ricostruzione del quotidiano "La Tribune de Geneve", le foto dei due ispettori sono state pubblicate su un sito Indymedia l'8 settembre. Una sorta di risposta alla Polizia ginevrina che aveva pubblicato sul suo sito le fotografie dei presunti "blackbloc". Per uno dei due ispettori era fornito anche l'indirizzo privato e sul sito si formulavano minacce velate nei confronti dei due.
Sempre secondo il quotidiano ginevrino, il 22 settembre le foto dei due ispettori sono state ritirate dal sito. Poi sono ricomparse, ma alterate in modo tale da rendere irriconoscibili i volti dei due ispettori. I due sono membri della cellula di Polizia incaricata delle inchieste sui disordini legati alle manifestazioni contro il vertice del G8 ad Evian, in Francia nei pressi di Ginevra. Il loro avvocato, Marc Oederlin, ha affermato oggi che la denuncia è stata da lui presentata quattro giorni fa. Egli ritiene quindi poco probabile che in così poco tempo una rogatoria sia già stata trasmessa ed evoca quindi l'ipotesi di contatti tra "polizia e polizia". Tali contatti avrebbero condotto al ritiro delle foto. Il ritorno delle stesse avrebbe - il condizionale è d'obbligo - scatenato l'intervento presso "RackSpace", il provider con sede negli Usa. L'avvocato ha precisato che i suoi clienti non hanno chiesto il sequestro del materiale.
Del caso si occupa il giudice istruttore Isabelle Cuendet.

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