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Un'ombra in una vita normale

TREVISO - Il rapimento e l'uccisione di Ajad Anwar Wali, 43 anni, l'imprenditore iracheno ma che dal 1980 viveva in Italia, ha anche i colori del giallo. A cominciare dall'ipotesi che l'uomo si occupasse anche di aspetti legati al nucleare. Da Castelfranco (Treviso), dove risiede, il fratello dell'uomo d'affari, Emad Wali, ha sempre negato risolutamente che Ajad fosse intento in qualcosa di diverso dalla promozione del commercio di mobili.
«Una cartella di documenti con disegni e dati sul nucleare nell'ufficio di Ajad? Non ci credo assolutamente - aveva detto pochi giorni dopo il rapimento Emad Wali - stanno raccontando bugie, falsità». «Mio fratello è andato in Iraq per fare il suo lavoro - aveva ribadito - è andato per presentare il suo prodotto».
Nulla risulterebbe neppure agli investigatori italiani che hanno passato al setaccio la vita del rapito, nelle zone del Veneto in cui ha vissuto negli ultimi anni. I due fratelli sono arrivati assieme in Italia, nel 1980, dall'Iraq, per studiare architettura. Emad, che oggi ha 63 anni, si è laureato a Venezia. Ajad, rapito il 31 agosto scorso e trovato morto oggi in Iraq, 43 anni, si è laureato a Torino.
Nel 1997 Ajad si trasferisce nel padovano, dove risiede la ragazza di cui è innamorato, e diventa padre, poi, nel 2002, quando la storia, regolarizzata da un matrimonio cattolico, termina, si trasferisce a Castelfranco (Treviso), vicino a dove vive il fratello. Le loro vite parlano di un' integrazione possibile e dignitosa alla luce del miracolo economico del Nordest, del comune impegno nel commercio di mobili, un import-export, anche con paesi arabi, in tutti i settori dell'arredamento. Una dimensione di benessere vanificata poco più di un mese fa, quando quattro o cinque uomini, giovani, ben vestiti, hanno fatto irruzione nell' abitazione-ufficio di Ajad, in una zona residenziale di Baghdad. In quel momento, Ajad ed Emad stavano parlando al telefono. «Abbiamo parlato un po' di lavoro - ha raccontato Emad - poi mio fratello mi ha detto: 'Ti lascio, perchè sta arrivando gente, non so chi sia, ti chiamo io'. Io ho richiamato per cinque ore invano, solo dopo cinque ore ho rintracciato un conoscente che mi ha detto: 'Tuo fratello è stato rapito'».
«Mio fratello non è andato in Iraq per fare politica , ma solo per lavoro - ha sempre sottolineato ancora Emad - non abbiamo mai fatto politica, sono 25 anni che siamo qui, siamo venuti per evitare il regime che c'era in Iraq. Pensavamo che dopo 25 anni fosse migliorato, mio fratello è tornato in Iraq per vedere se c'era un futuro possibile, dopo la guerra di solito crescono le richieste di lavoro, speravamo nella ripresa».

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