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Un «grazie a tutti» dalle due volontarie rilasciate

le due volontarie italiane rapite ROMA - «Grazie, grazie a tutti, alle forze politiche di maggioranza e opposizione, al governo, alla Croce Rossa Italiana, al mondo arabo, al popolo italiano e a quello iracheno»: Simona Pari e Simona Torretta, in un'affollatissima conferenza stampa che si è tenuta a Roma al teatro Ambra Jovinelli, hanno parlato poco, ma con quel poco hanno voluto sgombrare il campo dalle polemiche dell' ultima ora sui mancati ringraziamenti a istituzioni e Croce rossa.
Le due «margherite» hanno potuto rispondere solo a pochissime domande: «c' è il segreto istruttorio» ha spiegato il presidente dell'associazione 'Un ponte per...', Fabio Alberti, e il portavoce Lello Rienzi ha aggiunto che le due giovani donne «sono molto stanche». Ma le prime parole di Simona Torretta sono state tutte per dire che «sin dall'inizio abbiamo espresso ringraziamenti alle istituzioni e al governo, ci rincresce che non siano arrivati. Continueremo sempre a ringraziarli. Grazie a tutte le parti che hanno contribuito al nostro rilascio». Apprezzamento per il comportamento delle forze politiche «che hanno permesso che non si facesse speculazione politica», per «l'equilibrio con cui il sottosegretario Gianni Letta ha gestito la vicenda» e per «l'intervento della Croce rossa italiana» è stato espresso anche dal presidente.

Simona Torretta ha ammesso che «la paura di essere uccise c'è stata dall'inizio alla fine, fin quando siamo salite sull' elicottero». «Solo in quel momento, infatti - ha aggiunto - ci siamo rese conto che era davvero finita». Sulla paura e la sensazione di pericolo delle due cooperanti, riferita dal capo del Consiglio degli Ulema al Kubaisi che ha raccontato di averle incontrate nei giorni prima del rapimento, Simona Torretta ha precisato che il motivo di quell' incontro non fu la preoccupazione ma il lavoro. «Volevamo conoscere al Kubaisi - ha spiegato - così come avevamo incontrato altre autorità religiose sciite e sunnite. E parlammo solo di lavoro».
Ma dopo l'uccisione di Enzo Baldoni - hanno chiesto i giornalisti - non vi siete sentite meno sicure? Torretta ha ammesso che la vicenda le ha traumatizzate: «è stata dura, eravamo molto attente, ma vivevamo in un contesto di guerra pesante che tende a giustificare ogni cosa». La giovane donna ha ribadito che i giorni più duri sono stati all'inizio del rapimento, ha ricordato che i rapitori hanno regalato loro biancheria, saponi, dolci e libri e spiegato i «principi dell' Islam».
Solo una volta Simona Torretta è apparsa in difficoltà: quando le hanno chiesto se perdonava i suoi rapitori. «Non mi sono ancora posta la domanda» ha ammesso. Poi ha chiarito che con i sequestratori «non c'era un vero e proprio dialogo: noi prendevamo tutto quello che ci davano o ci dicevano e ci inchinavamo».

Sull'ipotesi del pagamento di un riscatto e sull'esistenza di una lista di nomi di spie sulla quale - secondo il commissario della Cri Maurizio Scelli - comparivano i nomi delle due volontarie, è intervenuto Fabio Alberti. «Per quanto ne sappiamo le due Simone sono state rapite perché italiane e non perché spie». Quanto al milione di dollari pagati per il rilascio, «a noi non risulta alcun pagamento». L'elemento determinante per la liberazione - ha aggiunto - sono state «le pressioni politiche e di ambiente all'interno dell'Iraq, le prese di posizione in tutti gli ambienti religiosi e politici». Alberti ha anche fatto riferimento al video del rilascio delle due Simone, in cui una voce fuori campo pronuncerebbe la parola «Vaticano» in inglese: «è probabile - ha spiegato - che questo sia un riferimento al ruolo importante che il Vaticano svolge sulla strada del dialogo».

Basso profilo, da parte di 'Un ponte per...', sulla questione della guerra e del ritiro delle truppe dall' Iraq, leit motiv di tutte le campagne e le manifestazioni dell' organizzazione pacifista. «Un dialogo è possibile - ha detto Alberti - non si è di fronte a uno scontro di civiltà o all' inevitabilità della guerra. Se questo caso fosse usato come paradigma della politica estera di alcuni Paesi, molti sequestri non avverrebbero». Il presidente dell'ong ha parlato del sequestro dei quattro volontari come di una «metafora della guerra e dell' uso della violenza per conseguire scopi politici» e ha ricordato che «la Costituzione italiana ripudia la guerra». La strada del dialogo, ha aggiunto, «è difficile ma è l' unica che porti alla pace».

Infine, uno sguardo al futuro: 'Un ponte per...' non ha deciso quando riporterà i suoi volontari italiani in Iraq: «è ancora prematuro parlarne - ha detto Alberti - vogliamo proseguire nella nostra attività, ma se ne riparla nelle prossime settimane». Ora, ha aggiunto, «c' è un motivo in più per lavorare al fianco della popolazione irachena: la convinzione che loro hanno fatto molto per contribuire al rilascio delle due Simone».

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