Martedì 11 Dicembre 2018 | 23:08

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Anche l'Iraq le aspetta «le sapremo proteggere»

BAGHDAD - Avevano marciato in piazza, a Baghdad come a Falluja, per chiedere la loro liberazione, e adesso che Simona Pari e Simona Torretta sono tornate a casa i loro amici iracheni chiedono di riaverle affianco: «Abbiamo ancora bisogno del loro aiuto e della loro umanità e chiediamo che tornino fra di noi», dicono a Baghdad.
Fra le donne che nei tragici giorni del sequestro avevano partecipato alla grande manifestazione in piazza del Paradiso, nel centro della capitale irachena, c'è Gariba Garib Baker che ha una ragione in più per pregare le due Simone di tornare a Baghdad: «La vita di mio fratello è appesa a un filo - racconta all'Ansa - e senza le due Simone nessuno potrà aiutarlo». Il giovane, Mustafa Baker, ha 26 anni ed è affetto da una grave forma di carcinoma: «Prima del sequestro stavamo preparando i documenti per il suo trasporto in Italia - spiega la donna - ormai era tutto pronto quando le nostre amiche sono state sequestrate. Da quel giorno il progetto si è bloccato e io sono certa che soltanto quando loro torneranno a Baghdad, Mustafa potrà tornare a sperare di essere curato in Italia».
La donna lancia una proposta: «Dopo quello che è accaduto spetterà a noi proteggere le due ragazze - dice - ci organizzeremo, le scorteremo ogni giorno in gruppo, le aiuteremo con la nostra protezione a continuare il loro lavoro prezioso, che è sempre stato in difesa di tutti gli iracheni».
Un appello a tornare in Iraq giunge anche da Basil Abdul Wahab Al Azzawi, capo di un comitato che riunisce le principali organizzazioni non governative e che fu il promotore del grande raduno di Baghdad in difesa delle italiane rapite: «Abbiamo fatto tutto quello che potevamo perché tornassero in libertà - racconta l'uomo - tutto l'Iraq è stato al loro fianco, e sapevamo che alla fine sarebbero state risparmiate perché sono persone che meritano di vivere. Oggi noi chiediamo alle due Simone di farsi coraggio e di ricominciare qui, in mezzo a noi, la loro missione: l'Iraq ha ancora un disperato bisogno di aiuti umanitari, e per questo chiediamo anche a tutti gli altri operatori di non andare via. Un errore come questo sequestro siamo certi che non si ripeterà, perché saremo noi a fare di tutto per la loro sicurezza».

Anche a Falluja, turbolenta città nel cuore del cosiddetto «trangolo sunnita» e roccaforte della guerriglia antiamericana, aspettano Simona Parri e Simona Torretta. Le due volontarie di «Un ponte per Baghdad» proprio alla vigilia del sequestro stavano elaborando un progetto per le scuole della zona, un piano mai più decollato: «Noi invieremo una cartolina di auguri via internet alle due Simone, alla loro organizzazione e a tutti gli italiani» ci dice Kassim Abdul Sattar, direttore del Centro per la democrazia e i diritti umani di Falluja che nelle scorse settimane si era fatto promotore di raduni ed assemblee per chiedere la liberazione delle operatrici umanitarie. «Tutta la popolazione di Falluja si è resa partecipe di questa tragedia - racconta - e adesso tutti stiamo gioendo per la loro salvezza. Ma qui la gente ha bisogno di loro, aspetta il loro ritorno e a Simona Parri e Simona Torretta chiede di tornare in Iraq».

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