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Ancora nelle mani dei sequestratori l'imprenditore italo-iracheno e il fratello si chiede: «è un ostaggio di serie B?»

VENEZIA - «Le Simone sono di serie A, Ajad Anwar Wali è di serie B"?: se lo chiede Emad Wali, fratello di Ajad, l'imprenditore iracheno di 43 anni che vive in Veneto dal 1980, rapito esattamente un mese fa a Baghdad dove si trovava per motivi di lavoro.
Una mezza dozzina di uomini armati e ben vestiti lo hanno prelevato il 30 agosto scorso dal suo ufficio di Baghdad, dove si trovava per promuovere l'attività di compravendita di mobili della ditta «Wali Italian design». In quell'occasione i sequestratori, che non risulta abbiano mai dato successivamente notizie, avevano portato con sè anche alcuni dipendenti dell'imprenditore, rilasciati poi, secondo quanto si era appreso, dopo essere stati interrogati sulla sua attività. Da allora il 43enne è sparito nel nulla: solo oggi, «tramite voci», la sorella residente in Iraq è venuta a sapere che, da Baghdad, il rapito è stato trasferito a Falluja.
«La nostra preoccupazione è aumentata, siamo sempre più preoccupati. Falluja è la base centrale dei terroristi, la situazione si è aggravata enormemente», afferma il fratello, Emad Wali, 63 anni, anche lui in Italia dagli anni ottanta, con residenza, moglie e due figli italiani. Oggi Emad, smentendo anche voci di una possibile richiesta di riscatto, ha lanciato un appello per la liberazione di Ajad «al governo italiano, al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e al presidente del consiglio Silvio Berlusconi». Auspicando, tra l'altro, l'intervento del re di Giordania, che, sottolinea Wali, «ha avuto un ruolo determinante nella liberazione delle due giovani italiane, ha i canali giusti come i siriani, ma non possiamo chiederglielo noi, dev'essere il governo italiano a chiederlo».
Un appello sostenuto dagli imprenditori trevigiani, «per i quali il rapimento Wali non va dimenticato». «Siamo preoccupati per Ajad Anwar Wali, pur non sapendo le ragioni del suo rapimento, anche perché non riceve un supporto istituzionale adeguato», ha affermato Antonio Zigoni, presidente del Gruppo LegnoArredamento di Unindustria Treviso. «Mio fratello non è tornato in Iraq per fare politica, ma solo per lavoro - sottolinea Emad - non abbiamo mai fatto politica, sono 25 anni che siamo qui, siamo venuti per evitare il regime che c'era in Iraq. Pensavamo che dopo 25 anni fosse migliorato, mio fratello è tornato in Iraq per vedere se c'era un futuro possibile, dopo la guerra di solito crescono le richieste di lavoro, speravamo nella ripresa».
«Proprio i buoni rapporti con Ajad - conferma Zigoni - ci avevano fatto sperare lo scorso anno di poter proporre i nostri prodotti nel nuovo Iraq, così come aveva fatto in molti Paesi del Medio Oriente, come la Turchia, o nel Nord Europa». «Purtroppo - aggiunge - la situazione in Iraq è tutt'altro che stabilizzata».
Il nome del rapito figura ora nell'elenco delle persone tuttora sequestrate in Iraq e, assicura la Farnesina, «anche la vicenda di Ajad Anwar Wali, è stata presa in attenta considerazione, dal momento che tutti gli ostaggi hanno uguale dignità e meritano lo stesso impegno». Ma, per i familiari, «il governo italiano doveva fare appello non solo per due ostaggi, ma per tre. Vanno liberati tutti gli ostaggi, non uno sì e uno no».
Antonella Barina

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