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«I due fratelli» di Jean-Jacques Annaud

film due tigri Di film per ragazzi di impianto tradizionale e di autori disposti ad investirci se ne trovano ben pochi ormai nel panorama mondiale. Per questo va salutata con favore l'uscita in Italia, con un anno di ritardo però, dell'ultimo film di Jean-Jacques Annaud (celebre soprattutto per aver portato sullo schermo «Il nome della Rosa» dall'omonimo romanzo di Umberto Eco). S'intitola «Due fratelli» e possiede tutta la semplicità avvincente delle avventure che già l'autore aveva dimostrato nel vigoroso e commovente apologo ecologista «L'orso».
L'azione si svolge negli anni Venti ad Angkor, in Cambogia, tra le rovine di un tempio vivono due tigrotti. E' vero che i due sono fratelli, ma ciò non toglie che abbiano caratteri del tutto diversi. Ad esempio Kumal è molto spericolato mentre Sangha è assai timido. Il loro destino inevitabilmente sarà segnato dall'incontro con un cacciatore occidentale arrivato fin lì per saccheggiare le sacre statue contenute nel recinto del tempio. Dunque, mentre Kumal finirà in un circo e Sangha verrà addestrato ai combattimenti che un sadico principe fa organizzare per il suo divertimento.
Come si può notare gli esseri umani, raramente simpatici e affidabili, in questo film sono presenze irrilevanti rispetto agli animali, veri ed unici protagonisti, come ne «L'orso». L'autore dimostra estrema sensibilità nel dirigerli e loro grande competenza davanti alla macchina da presa. Va anche detto che nessuna scena è stata ricreata al computer. E che il film è stato girato in 169 giorni con il prezioso aiuto di Thierry Le Portier il quale ha curato il «casting» (sì, proprio così) delle tigri scegliendo quelle maggiormente abituate agli uomini e alle macchine da presa. Ogni tigre ha avuto almeno tre controfigure, per non stancare le «star».
Jean-Jacques Annaud sostiene che le tigri possiedono un linguaggio corporeo stupefacente e sanno recitare molto bene. Il film del resto ne offre ampia prova. Per esprimersi usano infatti gli occhi, le orecchie e in più hanno ben 40 vocalizzazioni diverse. Questo va ad aggiungersi al loro spessore «psicologico» fatto di sentimenti forti, di paura, dolcezza e gioia. Se solo si è abbastanza abili, dietro la macchina da presa, nel riuscire a cogliere tanta ricchezza interiore.

Anton Giulio Mancino

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