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«Vive», la speranza per le due volontarie italiane dal Re di Giordania

«Le politiche del terrorismo stanno indebolendo la compassione che si era formata attorno al mondo arabo e musulmano»
IL CAIRO - Simona Pari e Simona Torretta sono ancora vive - vari ambienti lo affermano con certezza - e la speranza che vengano rilasciate continua ad essere alimentata anche da fonti di tutto rispetto, come il giovane re di Giordania, Abdallah II, che domani è in visita in Italia.
«Mi sono spesso calato nel vostro dolore, anche perché avverto la profonda umanità del popolo italiano», osserva il re in una intervista fattagli ad Amman dal Corriere della Sera. Ed è proprio il riferimento a quella umanità italiana, documentata nei giorni scorsi attraverso servizi, filmati, messaggi che sono stati diffusi tanto dall' Italia, quanto prodotti autonomamente nel mondo arabo, che sembra spingere anche l' informazione a dare qualche possibilità in più.
E' dal quotidiano del Kuwait 'Al Rai Al Aam' (L'opinione pubblica), collegato di certo, anche se non direttamente, tanto ad ambienti dei sequestratori quanto ad ambienti italiani, che è partita la ragionevole certezza - peraltro non basata su elementi obiettivi - del fatto che le due volontarie di 'Un Ponte per...' non sono state sacrificate sull' altare del ricatto per il ritiro delle truppe italiane dall' Iraq.
«Sono in buone condizioni di salute e chiedono anche cibo di tipo particolare», scriveva ieri il quotidiano, ricordando tuttavia che «nessuna mediazione è possibile», secondo le fonti vicine al movimento islamico che ha informato i giornalisti kuwaitiani, se il governo italiano non ritira i suoi militari.
Perché mai - si chiedono osservatori al Cairo - l' Italia, che ha continuato a manifestare la volontà di seguire l'alleato Usa in Iraq fin dal primo momento, dovrebbe accettare di piegarsi ad abbandonare la difficile situazione irachena, proprio mentre il paese attraversa la fase più delicata dal giorno dell' arrivo delle truppe Usa? Nè i rapitori possono immaginare che le forze che si sono opposte alla guerra in Iraq, in Italia come in altri paesi del mondo, riescano a premere in modo così determinante su chi ha deciso l' intervento da indurlo a tornare indietro.
«Le politiche del terrorismo stanno indebolendo la compassione che si era formata attorno al mondo arabo e musulmano dopo che le scelte di George Bush avevano disperso l'ampia simpatia e comprensione raccolta dall'America dopo l'11 settembre», rileva l'opinionista del quotidiano arabo internazionale 'Al Hayat' (di proprietà saudita e stampato a Londra) Hazem Saghieh, che paragona il terrorismo dei rapitori all'azione politica di Adolf Hitler. «Se le politiche di Bush sono cattive e rifiutate - continua - e se vengono ritenute aggressive, tali da imporre controlli, e orientate sulla base dell'appropriazione del petrolio, i rapimenti e i massacri non sono in alcun modo più vicini alla politica e alla civiltà».

Una nota paradossale, almeno per chi osserva gli eventi lontano dalla logica dei rapitori, è l' avviso urgente diffuso agli stessi sequestratori da un non chiaramente identificabile «Movimento per la lotta popolare» oggi, in tre siti Internet, i più frequentati da messaggi e filmati di morte, 'AlQalah', 'Islah' e 'Alezah'. «Perquisite bene le persone che rapite e seppellite profondamente i loro vestiti», esorta l'autore dell'avviso, perché le forze Usa hanno distribuito piastrine metalliche contenenti congegni elettronici - esibite peraltro in un vecchio video che mostrava la decapitazione di un autista egiziano, «spia degli americani», insieme ad immagini di bombardamenti ed attacchi aerei - che farebbero localizzare gli ostaggi e realizzare azioni per la loro liberazione, oltre che per attacchi alle basi dei rapitori.
Remigio Benni

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