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Volontarie italiane: ottimismo dei giornali kuwaitiani, ma nessuna trattativa

IL CAIRO - Il particolare più rassicurante è che «le due italiane sono in buone condizioni di salute e chiedono talvolta cibi di un certo tipo». Anche, cioè, se Simona Pari e Simona Torretta sono depresse ("hanno difficoltà psicologiche a causa della detenzione e chiedono sempre ai rapitori di liberarle"), non hanno perso interesse per aspetti della vita che in quelle circostanze possono diventare fondamentali, come la qualità del cibo. Ma nessuna mediazione per il loro rilascio si svolgerà se l'Italia non lascerà l'Iraq.
Lo scrive il quotidiano del Kuwait 'Al Rai Al Aam' ('L'opinione pubblica'), considerato organo di stampa attendibile (l'ambasciatore italiano ieri lo aveva definito «il Corriere della Sera del Kuwait") ed al quale «fonti vicine al movimento islamico» si sono rivolte perchè diffondesse queste informazioni. Grado di attendibilità? Come sempre molto limitato, anche se forse tali informazioni sono un po' più credibili delle tante che ormai circolano senza controllo su Internet e la cui unica verifica reale sembrano essere i video che documentano le conclusioni dei sequestri: nella maggioranza dei casi tragicamente, ma qualche volta anche con rilasci ed abbracci tra ostaggi e sequestratori.
Il giornale kuwaitiano si sofferma molto sulle mediazioni di dignitari religiosi e responsabili arabi che sono state «rifiutate» dai rapitori, motivati da una sola possibilità: quella di una risposta positiva alla loro richiesta che il governo italiano ritiri le truppe dall' Iraq. «I rapitori non vogliono che gli italiani paghino il conto di qualcosa con la quale non hanno nessun rapporto» - scrive il giornale, citando le fonti ma anche, forse, ragionando su quanto quelle fonti hanno detto - e valutano che «i rapitori fanno la guerra santa (Jihad) per liberare il paese dalle forze straniere».
Nessuna ipotesi viene avanzata dal giornale su quale sia la vera organizzazione dei rapitori: la crudelissima 'Tawhid wal Jihad' (Unificazione e Guerra santa), di Abu Musab al Zarqawi, che ha già decapitato due americani - Eugene Armstrong e Jack Hensley - ed ha annunciato di aver decapitato il britannico Ken Bigley, che invece sarebbe ancora vivo; o l' Esercito Islamico, che ha rivendicato l'uccisione dell'italiano Enzo Baldoni e detiene i giornalisti francesi Christian Chesnot e Georges Malbrunot - o qualche altro gruppo della galassia infinita che caratterizza il mondo del terrorismo dell'area in questo periodo. Così come viene dato per scontato che siano 'forze della resistenza' che vogliono cacciare gli occupanti dall'Iraq, senza ventilare altre meno nobili possibilità. Nell'articolo si parla anche di una «delegazione italiana che rappresenta i musulmani italiani, che andrà in Iraq per una mediazione» e si aggiunge che «i rapitori non riveleranno per adesso la propria identità perchè non c'è alcun interesse a farlo», per cui la delegazione «avrà difficoltà a riconoscere la parte alla quale deve rivolgersi». Letta tra le righe, questa parte dell'articolo induce a pensare che chi l'ha scritto, utilizzando le «fonti vicine al movimento islamico», stia anche facendo capire che la missione di questa delegazione è inutile e che potrebbe essere evitata. Una comunicazione agli italiani? Quegli stessi italiani che non devono pagare alcun conto per qualcosa che non li riguarda? Ma se è vero che i rapitori stanno rispettando i principi dell'Islam verso i prigionieri, nel trattarli con cura e rispetto, tanto Simona Pari e Simona Torretta, quanto i due iracheni che sono con loro (essi non sono ostaggi, «sono interpreti» attraverso i quali i rapitori «possono avere contatti diretti con gli ostaggi»), è anche vero che a loro stanno facendo «pagare un conto che non le riguarda». E come sanno questo, i rapitori sanno altrettanto chiaramente che non basterà continuare a tenerle sequestrate per ottenere che i soldati italiani lascino l'Iraq.

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