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Il futuro di Powell è meno roseo di quello che racconta Bush

WASHINGTON - Il futuro dell'Iraq che il segretario di Stato americano Colin Powell tratteggia in tutta una serie di interviste televisive è meno roseo di quello che traspare dai comizi e dalle dichiarazioni del presidente americano George W. Bush.
Per Powell, l'America ha davanti a sè morti e battaglie, perchè «l'insurrezione diventerà più dura e l'unica cosa da fare è continuare a combatterla», dice, calcando i toni specie nelle risposte alla Abc.
Ma Powell non cambia il finale di Bush: «Alla fine, quando avremo sconfitto l'insurrezione -afferma-, il popolo iracheno sceglierà i suoi leader, si darà una Costituzione e terrà libere elezioni generali per eleggere governo e parlamento definitivi».
Allora gli Stati Uniti, che avranno nel frattempo costituito ed addestrato le forze di sicurezza irachene, potranno iniziare il ritiro, magari entro la fine del 2005.
Ma questo è lo scenario migliore; e non è l'unico. Powell, conscio delle ipotesi di crisi tracciate dall' 'intelligencè militare americana, non esclude quello peggiore, con il rischio di una guerra civile.
Il segretario di Stato pare preoccupato di stornare da Bush l'accusa mossagli dal suo rivale nella corsa alla Casa Bianca, il candidato democratico John Kerry, secondo cui il presidente esagera con l'ottimismo e presenta un quadro più positivo del reale.
Powell deve anche mitigare le impressioni suscitate da recenti sortite del segretario alla difesa Donald Rumsfeld, che, parlando di «elezioni parziali» o di «inizio di ritiro anticipato», ha suscitato un mix di timori e speranze.
Con Rumsfeld, del resto, s'allinea il generale John Abizaid, comandante della campagna 'Libertà per l'Iraq': le elezioni di gennaio in Iraq si terranno «nella grande maggioranza» del Paese, ma non necessariamente ovunque, dice, aggiungendo: «Non posso assicurare che il 100% delle regioni saranno pronte per elezioni giuste e pacifiche"; nè - ha aggiunto - è possibile assicurare «la vittoria per gennaio. Posso però prevedere che avremo una elezione. Sarà dura, sarà difficile, ma sarà ciò che ci avvicinerà alla vittoria finale, quando gli iracheni controlleranno il loro destino».
Accanto a tasselli bui, Powell, però, mette anche elementi di luce nel puzzle iracheno. La conferenza internazionale sull'Iraq si potrà fare - dice - tra la fine di ottobre, «come speriamo» - sarebbe un regalo di elezioni per Bush -, e l' inizio di novembre, in un Paese arabo vicino all'Iraq, che potrebbe essere l'Egitto o la Giordania.
Alla Cnn, Powell spiega: «E' importante che la conferenza ci sia e che sia ben organizzata, qualunque ne sia la data».
All'ordine del giorno, sarà «la discussione della situazione in Iraq e il modo in cui i Paesi vicini, compresi Iran e Siria, possano dare un contributo più efficace» nella pacificazione e nella ricostruzione in vista delle elezioni di gennaio.
In tv, il segretario di Stato agisce da stopper di Bush, bloccando le critiche di Kerry una dopo l'altra. Così, Powell assicura che la caccia ai militanti della rete terroristica al Qaida e al suo capo Osama Bin Laden resta una priorità della Casa Bianca.
«Non abbiamo distolto lo sguardo dalla caccia ad al Qaeda», dice, ammettendo di non sapere, però, dove bin Laden si trovi, nè se si trovasse fra le montagne di Tora Bora, ai confini tra l'Afghanistan e il Pakistan, quando l'esercito americano vi condusse un'offensiva nell'inverno 2001-02. A più riprese, Kerry ha denunciato la guerra all'Iraq come «una profonda diversione» nella guerra al terrorismo e ha criticato il fatto che gli americani si siano lasciati scappare Bin Laden a Tora Bora.

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