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Volontaria della Croce rossa da Bari a Baghdad «se non avessi una figlia non sarei rientrata in Italia

BARI - «Se non avessi avuto una figlia non sarei mai andata via da Baghdad, ma spero comunque di ritornarci tra qualche mese». Giuliana Velleri, 54 anni, medico della Croce rossa italiana e direttore di struttura complessa in una Asl di Foggia è una di quelle persone coraggiose che è stata in missione in Iraq per aiutare la popolazione ma che sembra non essere consapevole del suo coraggio.
Partecipando alla cerimonia per 140/o anniversario della fondazione della Cri, la dottoressa racconta la sua storia ai giornalisti, e quasi si stupisce quando le viene chiesto se avesse paura mentre era in missione.
«Lì non si sente tutto quello che si sente in Italia e veramente non c'è nemmeno il tempo di pensare ai pericoli - dice - Il tempo vola quando si sta in Iraq, ci sono talmente tante cose da fare che spesso non c'è spazio nemmeno per pensare alla nostra famiglia».

«Il rumore delle bombe ti spaventa solo il primo giorno - dice - poi ci si abitua e diventa un rumore di fondo a cui non si pensa più». Comunque, siamo stati ben accolti dalla popolazione e ci sentiamo ben protetti perché davanti al nostro ospedale ci sono almeno venti guardie».
Velleri è stata a Baghdad dall' 11 maggio al 30 luglio scorso, è stata la sua prima missione all'estero e, ne è certa, non sarà l'ultima. Racconta degli ottimi rapporti con la popolazione «che ci ha sempre pregato di rimanere anche quando stava per scadere il nostro primo mandato il 30 giugno» e dei rapporti con i volontari delle altre organizzazioni che gravitano attorno all'ospedale della Croce Rossa. Di Simona Pari e Simona Torretta ha sentito parlare, ma non ricorda di averle mai incontrate. «Noi, dice, non giriamo molto a Bagdad, restiamo sempre all'interno dell'ospedale, sono gli altri che vengono da noi perché ci portano gli ammalati e sicuramente le due Simone ci avranno portano alcuni bambini».

L'ospedale della croce rossa a Baghdad è infatti un punto di riferimento perché lì, dice , si curano anche gli ustionati che, poiché richiedono cure molto costose e in genere altrove vengono medicati e rimandati a casa dagli altri.

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