Giovedì 13 Dicembre 2018 | 07:02

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«Picchiata, minacciata di morte e umiliata», una giornalista turca rapita racconta la sua prigionia

NEW YORK - Picchiata, minacciata di morte, sottoposta a torture psicologiche ma alla fine, per fortuna, libera: è Zeynep Tugrul, la giovane giornalista turca rapita l'8 settembre nel nord dell'Iraq insieme con un collega canadese e rilasciata quattro giorni dopo. Zeynep, 28 anni, musulmana, ha raccontato al quotidiano americano «The New York Times» l'angoscia, che ancora l'accompagna, di quelle interminabili ore. Per quanto si sa, Zeynep è una delle sole quattro donne finite nelle mani della guerriglia in Iraq: le altre sono la canadese Fairuz Yamucky, liberata mercoledì dopo 16 giorni di prigionia, e le italiane Simona Pari e Simona Torretta.
La Tugrul era a Tal Afar insieme con Scott Taylor, responsabile di una rivista specializzata militare canadese, cui aveva accettato di fare da interprete vista la sua conoscenza della zona dove era stata già altre otto volte. A venderli sarebbe stato un poliziotto cui avevano chiesto indicazioni. Quando vide fermarsi il taxi su cui viaggiavano, l'agente fece segno a una macchina con tre uomini mascherati a bordo che costrinsero i reporter a seguirli.

Così cominciò la prigionia. I due sono stati tenuti in nascondigli a Tal Afar, a Mosul e in casupole nel deserto, passati da un gruppo all'altro. In quei giorni, la Tugrul ha potuto comprendere di persona la determinazione di chi ricorre all'arma terribile dei sequestri e quanto estesa sia la rete di connivenze su cui i rapitori possono contare, anche in una zona che si ritiene generalmente tranquilla come il Kurdistan.
«Queste persone sono convinte di vivere ai tempi delle Crociate», ha raccontato la giornalista, «dicono di combattere prima per l'Islam e poi per l'Iraq. Pensano che la loro religione sia stata attaccata». C'è molta gente, ha assicurato, pronta ad aiutare chi rapisce stranieri. «Ho visto nei dintorni di Mosul che tutti collaborano alla resistenza, non sono terroristi ma nemmeno civili», ha aggiunto, «per farsi portare l'acqua usano ragazzini che nessuno tratta come bambini. Restano lì a sentire i grandi che parlano di tagliare teste e fanno la guardia, come ometti, così finisce che hai paura anche di bambini».

I primi carcerieri, nel racconto della donna, sono stati i meno feroci. Si erano presentati come membri di Ansar al-Islam, il gruppo fondamentalista che sotto Saddam Hussein era riuscito a stabilire un'enclave in zona curda e che per gli Stati Uniti è collegato ad al Qaeda. Anche se parlavano turco, sostenevano di essere arabi sunniti e non turcomanni sciiti.
«Per favore, comprendete che dobbiamo accertare la vostra identità», diceva loro con tono gentile l'uomo che tutti chiamavano l'emiro, il capo. «Ci sono state molte spie qui», spiegava, «abbiamo dovuto tagliare loro la gola».
La giovane aveva dalla sua il sia il fatto di essere musulmana sia di poter parlare con alcuni dei suoi carcerieri nella loro comune lingua, il turco, anche se per i sequestratori era una donna troppo indipendente. Fin dal primo momento la obbligarono a indossare una lunga tunica e il velo, non volevano vederla in maglietta e pantaloni. «Guarda come sei bella», le dicevano. «Ma non ero io, mi stavo perdendo», ha raccontato.

Una volta accertato che erano giornalisti, l'emiro aveva deciso di liberarli, ma quella notte stessa morì sotto un bombardamento americano. I due ostaggi furono allora ceduti ad altri gruppi e l'ultimo, in particolare, fu il più tremendo: a Mosul furono consegnati a uomini che parlavano arabo. «Volevano solo torturare per nulla», ha riferito. Spesso qualcuno si metteva due dita davanti alla gola per farle segno che sarebbe stata sgozzata.
I sequestratori strinsero una kefiah bianca e rossa attorno alla testa di Zeynep così stretta da farle temere di diventare cieca. Poi cominciarono a picchiarla e solo allora si rese conto di quanto si sentisse intorpidita.
Zeynep fu frustata con una cintura piena di chiodi. «So che suona strano, ma ero felice in quel momento perchè almeno sentivo il mio corpo, era come se cominciassi a riappropriarmene», ha spiegato. «Il tuo amico ha confessato tutto, sei pronta a confessare anche tu?», le urlavano i carcerieri.
A un certo punto, mentre era sdraiata a terra dolorante, qualcuno le scostò il velo da davanti agli occhi e lei vide scarpe e giacca di Taylor. La porta si aprì e nella stanza entrò un giovane che le disse: «Il tuo amico è stato ucciso, tu sei libera». Fu prelevata e dopo un po' di giri in macchina lasciata davanti alla sede del Fronte turcomanno iracheno a Mosul. Il giorno dopo fu liberato anche Taylor.

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