Martedì 18 Dicembre 2018 | 17:56

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Iraq - La guerra impossibile ai siti web da dove si propaga il terrore

NEW YORK - Sono centinaia e per ognuno che viene scoperto ed eliminato, ne spuntano decine di nuovi. Sono i siti web islamici, una definizione quanto mai generica, dietro cui si può nascondere di tutto: dal manuale per la guerra santa alla rivendicazione dell'esecuzione di un ostaggio in Iraq. Una nuova arma nelle mani dei terroristi e con cui l'Italia in questi giorni deve fare i conti. Tanto che Palazzo Chigi non ha esitato, di fronte all'ennesima rivendicazione dell'uccisione di Simona Pari e Simona Torretta, a parlare di «guerra mediatica». L'impegno a combattere il dilagare di siti estremisti sembra destinato al fallimento. «E' un'impresa impossibile», ha ammesso Thomas Hegghammer, del Defense Research Establishment, un'agenzia che tiene sotto controllo i movimenti di al Qaeda su Internet, «forse si può riuscire ad acchiappare qualcuno, ma non si riuscirà mai a fermare il flusso della propaganda islamica».

La difficoltà, secondo Hegghammer, sta nel riuscire a distinguere tra un terrorista vero e uno che fa finta di esserlo «e processare un mucchio di ragazzini arrabbiati che lo fa perché è eccitante e non perché voglia davvero compiere un attentato non aiuta nella lotta contro al Qaeda». Molti siti estremisti hanno domini registrati in quelli che potrebbero essere considerati alla stregua dei paradisi fiscali: sigle di Paesi che servono solo a disorientare chi cerca di risalire al proprietario di un dato indirizzo web. La maggior aperte delle compagnie che mettono a disposizione i server, non fa altro che rivendere lo spazio ad altre società in una catena di distribuzione che è molto simile a quella alimentare, come dice Robert Ellis, vicepresidente di una di esse, la Itx. «Provate a comprare un'arancia al mercato e a scoprire da quale frutteto viene», è la sua sfida. Ma oltre a chi può solo limitarsi a rifiutare ospitalità a un sito pericoloso, c'è anche chi considera il web un far west in cui dare la caccia ai cattivi. A volte anche per motivi personali, come Rita Katz, un'ebrea irachena il cui padre fu giustiziato nel 1969 poco dopo la presa del potere da parte del partito Baath. Alla fine degli anni '90 la Katz si mischiava ai gruppi filopalestinesi per scoprire i legami tra chi raccoglieva fondi per la causa e i gruppi terroristici.
Oggi, finanziata dal governo americano, ha creato l'Istituto per lo studio degli elementi terroristici e l'Istituto di ricerca sul Medio Oriente: due organizzazioni che scovano i messaggi lasciati su internet da gruppi di miliziani e la nascita di siti estremistici. E' stata lei a scoprire - e in alcuni casi a distruggere - siti come quello delle Brigate Islambouli (su cui furono pubblicati i nomi delle due kamikaze cecene responsabili degli attentati su due aerei russi nell'agosto scorso) e quello di Jaish Ansar al-Sunna, (che mostrava i cadaveri di 12 ostaggi nepalesi uccisi in Iraq). E il confine tra l'apologia e l'istigazione è sempre più sottile. Già tre mesi prima delle stragi di Madrid, un sito web indicava nella Spagna l'obiettivo ideale per un'ondata di attentati che portasse al ritiro delle truppe dall'Iraq.

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