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Rapimento italiane, un dramma iniziato il 7 settembre

ROMA - Simona Torretta e Simona Pari vengono rapite a Baghdad il pomeriggio di martedì 7 settembre, in pieno centro. Una ventina di uomini armati fanno irruzione nella sede di «Un ponte per...» e costringono le due volontarie italiane, insieme a due iracheni, un uomo e una donna, a seguirli. Da quel momento se ne perdono le tracce. E che si tratti di un sequestro anomalo è dimostrato dal fatto che nessun video è stato inviato ad una delle solite Tv arabe e che gli uomini armati avevano un elenco con le persone da rapire. Anche la presunta rivendicazione della loro uccisione, pervenuta stanotte da un sito islamico, si discosta dai metodi abituali dei sequestratori.
Mercoledì 8 settembre arriva un prima rivendicazione del sequestro via Internet da parte di un gruppo sconosciuto, i partigiani di al Zawahri. Si parla del «primo dei nostri attacchi verso l'Italia» e la minaccia è quella di «bruciare il cuore di Berlusconi». Ma gli analisti giudicano subito inattendibile la rivendicazione del rapimento.
A Palazzo Chigi governo e opposizione si dichiarano pronti a collaborare per salvare le due italiane. In tutto il mondo islamico si registrano prese di posizione a favore della liberazione delle due Simone, in Italia si organizzano fiaccolate e cortei per chiedere il loro rilascio. Ciampi lancia un appello: «Attendiamo con ansia la liberazione di Simona Pari e Simona Torretta, la richiede, unito, tutto il popolo italiano».
Venerdì 10 settembre arriva un nuovo ultimatum, sempre da Ansar al Zawahri, che chiede il rilascio di «tutte le prigioniere musulmane nelle carceri irachene» in cambio di notizie sulla sorte delle due volontarie italiane.
Vengono concesse ventiquattro ore di tempo. Poi un nuovo messaggio on line la sera dell'11 settembre: su un sito islamico un gruppo sunnita rivendica il rapimento. In una lettera spedita all'unione delle comunità islamiche in Italia, la famiglia Pari scrive riferendosi alle due giovani rapite che «bisogna proteggere queste margherite: bisogna fare di tutto per tenerle al riparo da chi le vuole calpestare».
Domenica 12 settembre ancora una terribile minaccia dal web: «Se entro ventiquattro ore non vedremo i soldati italiani ritirarsi dall'Iraq, eseguiremo la sentenza divina», vale a dire lo sgozzamento. La firma è quella della Jihad islamica. A distanza di una settimana dal rapimento di Simona Pari e Simona Torretta nessun contatto ufficiale è stato stabilito con i sequestratori, nessun video e, soprattutto, nessuna prova che le due italiane sono ancora in vita. Comincia così a farsi strada un certo pessimismo, perchè si teme un'azione fine a se stessa: come dire che i rapitori delle due giovani donne non hanno nessuna intenzione di aprire una trattativa perchè il loro intento è solo quello di destabilizzare l'Italia.
Un pericolo di cui è consapevole il ministro degli Esteri Franco Frattini che, in assenza di contatti concreti, intraprende un tour nei paesi del Golfo per fare pressione sui governi arabi moderati e ottenere il loro appoggio sostanziale e non solo formale. Frattini rinnova il suo appello per la liberazione delle due volontarie italiane ai governanti del Golfo ma anche alla televisione «preferita» dai rapitori, Al Jazira, nel tentativo di arrivare direttamente alle loro orecchie.
Frattini, al suo rientro in Italia, riferisce in Parlamento l'esito del suo viaggio: la ricerca di nuovi contatti va avanti «a tutto campo», dice, ma la discrezione sulla vicenda è a suo avviso «un dovere morale». Il ministro sottolinea che «il nostro messaggio è arrivato in Iraq» ed ha nuovamente chiesto un impegno politico comune per una positiva e rapida soluzione della vicenda.
Ieri uno spiraglio di speranza: fonti ufficiose di intelligence avevano fatto capire che era stato trovato un canale di comunicazione con gli ambienti dei sequestratori e che le due ragazze erano vive.

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