Lunedì 17 Dicembre 2018 | 00:06

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Elisa Springer scriveva di sè: «Ho vissuto, per cinquant'anni, ad Auschwitz all'ombra del Camino»

MANDURIA (TARANTO) - «Ho vissuto, per cinquant'anni, ad Auschwitz all'ombra del Camino»: così scriveva di sè Elisa Springer, una donna esile e forte, tanto forte che era riuscita a sopravvivere ad Auschwitz, a Bergen Belsen, a Terezin, tre nomi protagonisti della pagina più cupa della storia contemporanea. Elisa Springer, vissuta a Manduria (Taranto) dal '46, è morta ieri sera per un tumore, all'età di 86 anni.
Nata a Vienna nel 1918, Elisa Springer era stata costretta, dopo alcuni anni di fuga attraverso l'Europa centrale, a vivere i lager nazisti più crudi, a conoscere il peso di un cenno della testa del famigerato dottor Mengele che dava la vita o la morte, ad attraversare con milioni di donne e uomini, con altre giovani e ragazzine come Anna Frank speranze di vita in porcilaie.
Alla liberazione dal nazifascismo, nell'aprile del '45, era nel campo di concentramento di Therezin, nella Repubblica ceca. Non si accorse che era finalmente il ritorno alla vita: perchè era in coma, per una malattia. Si risvegliò il 9 maggio del '45 e le spiegarono che poteva tornare a vivere.
Dopo un anno circa venne in Italia e sposò un pugliese, un uomo di Manduria, dal quale ebbe un figlio. Per cinquant'anni, Elisa fu sovrastata dall'"ombra del Camino": non riuscì a raccontare a nessuno la sua storia, anche perchè nessuno volle ascoltarla; tenne occultato sotto un cerotto il numero che le avevano stampato nella carne ad Auschwitz.
Solo a metà degli anni Novanta, con l'aiuto del figlio, Silvio Sammarco, riuscì ad uscire dal silenzio. Scrisse un libro, «Il silenzio dei vivi» cui seguì nel 2003 «L'eco del silenzio - La Shoah raccontata ai giovani», cominciò a portare nelle scuole la propria testimonianza.
«Io ho vissuto - scrisse - per non dimenticare quella parte di me, rimasta nei lager, con i miei vent'anni. Ho vissuto per difendere e raccontare l'odore dei morti che bruciavano nei crematori, per difendere la memoria di tutti i miei cari e di tanti innocenti, memoria che oggi si tenta ancora di infangare. Ho vissuto per raccontare che le ferite del corpo si rimarginano col tempo, ma quelle dello spirito mai. Le mie sanguinano ancora. (...) Gli altri sappiano che dalle macerie della nostra esistenza, sono nati loro, i nostri figli, stelle che abbiamo seguito per tutta la vita, con tutte le forze e che rappresentavano il riscatto, la vita che continua, nonostante tutto, la storia che va raccontata, che loro devono raccontare. Auschwitz ha rappresentato, per noi, il buio, le nostre stelle son servite a illuminarlò».
Era una donna forte Elisa Springer, una donna alla quale anche il resto della vita non ha risparmiato grandissime sofferenze, tra le quali quella di veder morire il proprio figlio, per un infarto, tre anni fa.
Con la sua voce ferma e i suoi occhi profondissimi, Elisa, però, ha continuato a raccontare ai giovani orrori da non ripetere. Predicando il perdono, perdono anche per i carnefici, anche per i suoi carnefici, ma non per questo assolvendo alcuno: «Tutto quello che ancora oggi sta accadendo in tutto il mondo, e non solo in Iraq, in Palestina o in Israele, tutto quello che sta succedendo - disse il 28 maggio scorso a Bari, in una serata in suo onore a Bari organizzata dalla "Fondazione onlus Popoli e Costituzioni" - è proprio il risultato dell'odio e dell'incapacità a perdonare. Sharon è un militare, è abituato alla guerra; e invece ci vuole il dialogo, non la guerra. Tutti questi soldi che si spendono per le guerre potrebbero servire per sfamare tanta povera gente, tanti bambini».

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