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Il Medical City italiano a Baghdad come «un fortino»

ROMA - Il Medical City italiano a Baghdad come «un fortino»; ma non è la paura a prevalere in queste ore tra i 24 volontari della Cri che continuano a lavorare nonostante le voci di possibili sequestri per il personale sanitario italiano. L'ospedale-fortino è la definizione che ne dà Giuseppe S., che insieme ai suoi compagni, medici e infermieri, ha deciso di proseguire la missione e non rientrare in Italia.
«Sì, c'è allarme - racconta Giuseppe, cinquant'anni lombardo, raggiunto telefonicamente a Baghdad - ma non è il caso di esagerare per quanto ci riguarda. Mentre sto parlando sono alla finestra e vedo girare numerosi elicotteri. Sono tranquillo, continuiamo a svolgere le attività per cui siamo venuti. Non è certo come essere a Milano o Roma ma non è una condizione tragica. C'è un'attenzione maggiore per la sicurezza, siamo prudenti, non usciamo, ma non viviamo nel panico nè nel terrore. Del resto, siamo abituati a lavorare in condizioni critiche».
Giuseppe riferisce che l'ospedale continua a lavorare giorno e notte: attualmente ci sono una ventina di ricoverati e, mediamente, le prestazioni sanitarie (molte riguardano ustionati) che svolgono i volontari italiani vanno dalle 150 alle 200 al giorno: «solo i malati possono entrare, noi siamo a disposizione».
«La nostra attenzione è alta - aggiunge il volontario - soprattutto nelle ultime settimane dopo il rapimento di Simona Pari e Simona Torretta. Ma la Cri, sia come emblema sia per le sue finalità, è sempre stata rispettata, non abbiamo mai avuto segnali di ostilità. E comunque, qualora un volontario abbia il desiderio di rientrare non deve fare altro che chiederlo».
Le notizie sull'esterno, a parte i «botti» che si sentono, arrivano in ospedale attraverso la televisione: «Non abbiamo i giornali ma sappiamo tutto ciò che avviene fuori. Siamo in una sorta di fortino, sotto la protezione del governo iracheno che tutela tutti noi e i nostri ammalati. Non sarebbe facile compiere azioni ostili».
«La protezione che ci assicura la polizia - sottolinea ancora - è stata rinforzata. Sappiamo che c'è maggiore attenzione da parte della polizia irachena ma per noi non è visibile, noi non l'avvertiamo. Credo che il sistema di sicurezza sia sufficientemente ottimale». E le famiglie? «Loro ascoltano le notizie, ma noi li tranquillizziamo. Diamo loro la stessa serenità che abbiamo noi. Non siamo mai stati coinvolti direttamente». «Non c'è alcuno spirito di avventura nel nostro lavoro, nè siamo degli eroi - osserva Giuseppe - ma, come accade per ogni persona impegnata in un'organizzazione umanitaria, vediamo quanto sia concreta la nostra attività, capiamo come potrebbero evolvere in peggio alcuni problemi senza il nostro intervento. Col nostro lavoro, qui a Baghdad - conclude - non ci sostituiamo alle strutture esistenti, diamo solo un contributo e per questo veniamo apprezzati».
Agnese Malatesta

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