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Iraq, elezioni a gennaio a rischio

ROMA - Con oltre 400 iracheni morti dall'inizio del mese, attentati e sequestri quotidiani, bombardamenti e operazioni militari americane, le possibilità che l'Iraq tenga le sue prime elezioni post Saddam come previsto a gennaio si affievoliscono.
E mentre il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, mette in pubblico i suoi dubbi, il presidente americano George W. Bush non si stanca di ripetere che il programma non cambia. E il governo ad interim, dagli Usa scelto e sostenuto, gli fa eco.
Un rinvio della consultazione sarebbe un ulteriore segno di debolezza di un governo la cui credibilità, malgrado l'indubbia validità di molti dei suoi componenti, è fortemente inficiata dalla sudditanza agli Usa, i cui soldati sono impegnati in operazioni di «pulizia» del terrorismo che spesso si risolvono in morti di civili. Le immagini di corpi straziati di bambini - trasmesse dalle partigiane televisioni arabe, ma non solo - offuscano quelle dei volti terrorizzati dei sequestrati occidentali in mano a bande di terroristi. Difficile anche per l'iracheno più disponibile e progressista provare pietà per un americano, quando i marines bombardano e uccidono civili in operazioni dai nomi roboanti ed offensivi come la 'Uragano Secondò, in corso in questi giorni a Ramadi. L'obiettivo sono i terroristi del gruppo di Abu Musab al Zarqawi, un giordano, che gli Usa ritengono la mente dei peggiori attentati e sequestri in Iraq, alcuni dei quali peraltro rivendicati dalla sua organizzazione Tawhid al Jihad (Unità e Guerra Santa).
Ieri, in un solo raid aereo sul feudo ribelle sunnita di Falluja (a 60 chilometri a ovest di Baghdad), secondo gli americani, sono morti 60 terroristi nel rifugio colpito. Ma queste vittime non si vedono mai. I loro cadaveri scompaiono rapidamente. Forse davvero sepolti in fretta dai compagni per nascondere l'origine straniera dei mujaheddin, ma non ci sono prove. Mentre molte sono le immagini dei corpi dilaniati di donne e bambini uccisi o feriti. Il ministero degli Interni dell'alleato governo iracheno ha denunciato ieri 45 civili uccisi.
L'Onu, che dovrebbe aiutare nello svolgimento delle elezioni ma ha ritirato il suo personale dopo la morte di 22 impiegati in un attentato nell'agosto dello scorso anno, ha in Iraq solo 35 dipendenti. Nascosti, intrappolati nella 'Città proibità di Baghdad, la Zona Verde - dopo l'insediamento del governo il 30 giugno si chiama Zona internazionale -, oltre un muro di blocchi di cemento, difesa da centinaia di militari americani. Non bastano più, hanno detto fonti americane nei giorni scorsi. Anche la Zona verde, sede del governo e dell'Ambasciata Usa, non è più sicura. I residenti non girino mai da soli, è il nuovo ordine.
Per tenere le elezioni a gennaio «in modo eguale in tutto il Paese», nella sicurezza ci dovrebbe essere «una vera trasformazione», ha detto un esperto occidentale della difesa che non si fa molte illusioni. Neanche le spie di Bush: un rapporto segreto della Cia, pubblicato dal 'New York Times', sostiene che nella migliore delle ipotesi l'Iraq il prossimo anno può aspirare a una continua tensione, nel caso peggiore si troverà scaraventato in una guerra civile fra sunniti, sciiti e curdi. E perfino il presidente ad interim iracheno Ghazi al Yawar, che ha appena concluso un viaggio in Europa, ha dovuto ammettere che è «prematuro» dare la certezza sulle elezioni a gennaio.
Dopo 18 mesi dalla 'liberazione', gli iracheni vivono nel terrore fra attentati, sequestri e criminalità, ma l'unico a mantenere impertubato il suo ottimismo è Bush. Anche oggi dal Maine ha assicurato che, malgrado il terrorismo intensifichi le sue operazioni in vista delle elezioni in Iraq - e nel tormentato Afghanistan, dove il 9 ottobre verrà votato il nuovo presidente -, «il mondo può stare certo l'America e i suoi alleati manterranno le promesse fatte agli afghani e agli iracheni». Promesse di libertà e democrazia, di cui al momento è difficile vedere traccia nei due Paesi.
Ma le elezioni debbono svolgersi, «ad ogni costo», dicono gli sciiti che costituiscono la maggioranza della popolazione, da sempre dominata dalla minoranza sunnita, al potere con Saddam Hussein. E un nuovo rinvio, che il Gran Ayatollah Alì al Sistani ha accettato già una volta, potrebbe scatenare una rivolta impossibile da fermare, se non con la forza militare, che in un circolo vizioso creerebbe nuovi odio e risentimenti. Di certo non conquisterebbe il cuore di nessuno.
Barbara Alighiero

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