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Che stress quest'obesità

La parola stress è uno di quei tipici esempi di come l'uso ed il tempo siano in grado di modificare il significato originale dei termini. Mutuato dal gergo delle fabbriche negli anni della rivoluzione industriale inglese (stress = resistenza di strutture metalliche all'applicazione di forze), attualmente ha acquisito una connotazione decisamente negativa non presente in origine. E' la forma contratta di distress, cioè sensazione d'angoscia, ed è un termine usato per indicare gli effetti di noxae o comunque di stimoli della natura più varia. Ulteriore motivo di confusione deriva dal fatto che il termine stress viene indifferentemente impiegato tanto in riferimento allo stimolo (che va più correttamente definito "stressor") che alla risposta grazie alla quale l'organismo si adatta agli stimoli.
Già negli anni '30 Hans Selye, eminente studioso canadese, massima autorità nel campo dello studio dello stress, si lamentava dell'uso improprio di questo termine, scrivendo: "il concetto scientifico di stress ha avuto la fortuna di essere troppo diffuso, ma anche la sventura di essere troppo male interpretato".
Diciamo subito una cosa: senza stress non si vive, o meglio, senza stress non esisterebbe il genere umano. Infatti, in sé lo stress è una risposta fisiologica normale e, nella storia dell'evoluzione della specie e in quella individuale, positiva.
In realtà, già Eraclito ("panta rei" = tutto scorre) comprese come una condizione statica, immutabile, fosse incompatibile con la sopravvivenza, e come la capacità di andare incontro a modificazioni continue fosse intrinseca a tutte le cose.
Ma, come si è già detto, si deve a Selye la prima vera definizione scientifica dello stress come una "reazione aspecifica dell'organismo a qualsiasi stimolo interno o esterno di tale intensità e durata da evocare meccanismi di adattamento o di riadattamento atti a ristabilire l'omeostasi", più conosciuta come "sindrome di adattamento generale".
Sottoponendo animali da esperimento a stress di vario tipo e di diversa intensità, notò che si provocavano diversi danni anatomici, quali necrosi miocardica, ulcere peptiche ed ipertrofìa dei surreni. Tali lesioni si accompagnavano ad iperincrezione di sostanze endogene quali adrenalina e cortisolo (che definì "ormoni dello stress"), come conseguenza dell'organismo di prepararsi ad una reazione di "attacco-fuga" (che non viene attuata) e di ripristinare l'equilibrio interno.
La sindrome di adattamento generale è dunque null'altro che un meccanismo omeostatico di cui Seyle distinse tre fasi:

1) reazione d'allarme
2) fase di adattamento o stadio della resistenza
3) fase di esaurimento.

Nella prima fase detta "di allarme" promossa dalla presenza dello stressor, l'individuo riconosce il pericolo insito nello stimolo. In pratica comprende tutte quelle reazioni aspecifiche scatenate da uno stress ad azione rapida e violenta al quale l'organismo non è adattato ne in termini qualitativi, ne quantitativi. La reazione di allarme può essere, a sua volta, suddivisa in due momenti tra loro successivi ovvero intimamente commisti: la fase dello shock, in cui l'organismo subisce passivamente l'azione dell'agente alterativo e quella del controshock, corrispondente al momento della mobilitazione delle risposte aspecifiche dell'organismo.
Segue poi una fase detta "di resistenza", di estrema importanza nell'economia della risposta, nella quale assume un ruolo fondamentale l'attivazione dell'asse ipotalamo-ipofisi-surrene (asse HPA), nella quale viene messo in atto un complesso programma sia biologico che comportamentale che sostiene la risposta allo stressor. La fase di adattamento è così detta perché in essa l'organismo si è adattato allo stressor ed è anche chiamato stadio della resistenza perché in questo periodo aumenta la resistenza nei confronti dello stimolo. E' comunque in questo momento che vengono attivate l'insieme delle reazioni sistemiche aspecifiche, determinate da stressors nel tempo protratti, che consentono all'organismo di resistere.
Questa fase può sconfinare in quella detta "di esaurimento" nella quale si verifica una critica riduzione delle capacità adattattive dell'organismo, che predispone allo sviluppo di malattie.
La fase di esaurimento corrisponde al periodo durante il quale si esaurisce la capacità di adattamento e l'organismo soccombe agli agenti dannosi; essa può comparire più o meno tardivamente in rapporto all'energia di adattamento dell'organismo ed all'intensità dello stress, come può anche mancare, qualora lo stress si esaurisca in tempo utile.
Successivamente, nel 1993, Henry distinse due tipi di reazione allo stress ambientale: reazione di difesa, se portava al controllo dell'evento; e la reazione di sconfitta se portava alla perdita del controllo. La prima è caratterizzata dall' aumento di noradrenalina e gonadotropine, la seconda è caratterizzata dall'attivazione dell'asse ipotalamo-ipofisi-surrene con aumento dell'ACTH e del cortisolo e con diminuzione del GH e delle gonadotropine.
Da un punto di vista finalistico ed evolutivo è soltanto grazie alla risposta di stress che le nostra specie è riuscita a sopravvivere. L'uomo primitivo, infatti, grazie all'attivazione adrenergica, è stato
in grado di combattere, nutrirsi e di avere il sopravvento sulle avversità della natura.
E' facile intuire che l'attivazione simpatica durante una risposta di stress non è altro che la preparazione di un individuo alla lotta o alla fuga. In particolare l'aumento dei livelli plasmatici degli ormoni dello stress consentivano un rapido aumento della gittata cardiaca (per aumento della frequenza e dell'inotropismo) che aveva come finalità quella di irrorare meglio i muscoli scheletrici e preparali più efficientemente all'uso; la broncodilatazione consentiva una migliore ossigenazione del sangue, la vasocostrizione cutanea riduceva possibili perdite ematiche prodotte da ferite; la midriasi consentiva una migliore visione.
La risposta adattativa identificata da Selye si compone fondamentalmente di tre elementi: lo stressor, l'individuo e l'ambiente in cui essi interagiscono.

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