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Clandestini, l'Italia striglia la Libia

ROMA - Il governo italiano richiama ufficialmente la Libia al rispetto degli accordi bilaterali faticosamente raggiunti in materia di immigrazione e chiede a Tripoli di dare immediatamente segnali concreti di un rinnovato impegno per impedire le partenze delle migliaia e migliaia di disperati che attendono di imbarcarsi, in grandissima parte per l'Italia, proprio dal territorio libico.
Assente il ministro Franco Frattini in missione nei Paesi del Golfo per aiutare la liberazione dei due ostaggi italiani, è toccato oggi al segretario generale della Farnesina Umberto Vattani richiamare le autorità di Tripoli - attraverso l'incaricato d'affari dell'ufficio popolare della Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista, cioè l'ambasciata libica in Italia - al rispetto delle intese bilaterali che sono state costruite, sia attraverso laboriosi colloqui tecnici che con visite al più alto livello politico come quella del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nella Sirte dello scorso 25 agosto.
Parallelamente, l'ambasciatore italiano in Libia veniva ricevuto dalle autorità di Tripoli: con questo doppio passo diplomatico la Farnesina ha lanciato un forte segnale politico che la Libia non potrà sottovalutare anche per il continuo e costante aiuto fornitogli dall'Italia per uno sdoganamento del paese maghrebino presso la Comunità internazionale che il colonnello Gheddafi da anni desidera fortemente e che di recente lo ha portato a compiere una visita storica a Bruxelles.
La nuova ondata di sbarchi clandestini sulle coste siciliane - nonchè le forti polemiche interne sul buon funzionamento della legge Bossi-Fini - ha spinto il Governo ad una reazione dura e veloce, al punto tale che la Farnesina ha fatto ufficialmente sapere come Vattani abbia chiesto a Tripoli «uno sforzo decisamente maggiore».
Vattani ha chiesto al diplomatico libico che Tripoli ponga in essere «ogni iniziativa per dare applicazione effettiva alle ultime intese e accrescere concretamente l'efficacia delle attività di prevenzione e delle operazioni di controllo delle frontiere e delle coste libiche, dando un urgente e tangibile segnale dell'impegno libico in tale cruciale settore».
Già nel luglio scorso il ministro dell'interno Giuseppe Pisanu aveva lanciato l'allarme avvertendo che c'erano ben due milioni di persone in Libia pronte a partire e «alcune centinaia di criminali in attesa di imbarcarli su qualsiasi carretta». Dati sconfortanti se si pensa che già nel 2003 delle circa 14 mila persone sbarcate in Sicilia ben l'80 per cento proveniva dalla Libia.
Da parte sua Tripoli ha sempre chiesto all'Unione europea la fine dell'embargo nei suoi confronti e all'Italia un aiuto concreto nel rimpatrio dei tantissimi immigrati nei loro Paesi d'origine. Ma soprattutto ha chiesto all'Italia di fornirgli mezzi e tecnologie per controllare più efficacemente i suoi 2000 chilometri di coste e i ben 4000 di deserto. Infine, l'accordo raggiunto di fatto lo scorso 12 agosto a Tripoli dal direttore generale dell'immigrazione del Viminale, il prefetto Alessandro Pansa, prevedeva pattuglie miste italo-libiche con unità navali, aeree e terrestri per controllare i confini. Tutto ciò accompagnato da un programma di addestramento delle forze di polizia libiche per prepararle al meglio all'attività di pattugliamento. Misure che ancora non si sono concretizzate, sussurrano con prudenza fonti libiche.
Fabrizio Finzi

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