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I due giornalisti francesi ancora ostaggi

PARIGI - Metodo francese, diplomazia del turbante: per arrivare all'obiettivo della liberazione dei due giornalisti detenuti in Iraq, la strada appare tutta in salita, impervia, irta di ostacoli e tranelli, piena di fallimenti e delusioni. Chesnot e Malbrunot, i due ostaggi, sono ancora in mano ai rapitori dopo 24 giorni.
A rivelare le continue missioni a vuoto di squadre della DGSE, il controspionaggio, sono oggi fonti dell'informato domenicale Le Journal du dimanche, mentre si accavallano in Francia le notizie sull'attivazione di nuovi canali, di negoziati alternativi, della mobilitazione di imprenditori e società private.
I due giornalisti di Le Figaro e di Radio France International sono stati rapiti il 20 agosto, il loro rilascio è stato dato più volte per imminente, questione di ore, poi di giorni, ma tutto sembra essersi arenato allo stato attuale.
Ieri, insieme all'ormai abituale «le trattative proseguono», il Quai d'Orsay ha dato notizia della «rotazione» di alcuni uomini chiave del dispositivo diplomatico dispiegato dalla Francia per la liberazione dei due connazionali: due diplomatici richiamati, due inviati al loro posto. A testimonianza che le piste cambiano continuamente, che non si lascia nulla di intentato e, soprattutto, che nel cosiddetto «metodo francese» la creatività non ha limiti. Proprio Le Journal du dimanche ha raccolto confidenzialmente la testimonianza di un uomo d'affari iracheno conosciuto da tutti nel suo ambiente, che ha rivelato di essere stato contattato alcuni giorni fa dai francesi. Come i suoi interlocutori gli hanno chiesto, l'iracheno - originario di una tribù di un milione di persone - ha provato ad adoperarsi in favore del rilascio dei giornalisti, andando ad annusare l'aria a Falluja, il bastione degli irriducibili iracheni. Per ora non ha avuto risultati, nè più nè meno degli altri che hanno provato ad «aiutare» i francesi.
Nei corridoi del ministero degli Esteri a Parigi ci si interroga sui motivi che hanno condotto all'attuale situazione di stallo: di certo, ne sono tutti convinti, le lacerazioni in seno ai gruppi iracheni sono alla base delle difficoltà di trattativa. Poi l'offensiva del governo di Baghdad lanciata una settimana fa proprio nella zona in cui sarebbero detenuti gli ostaggi. Infine, e questo riguarda più da vicino Parigi, l'assenza di un interlocutore diretto per la Francia, qualcuno che possa parlare direttamente agli uomini dell'Esercito islamico. Invece, finora, il negoziato è andato avanti soltanto tramite persone «vicine» - e non si sa quanto lo siano davvero - ai rapitori. Gli scettici, al Quai d'Orsay, ricordano la crisi degli ostaggi in Libano, negli anni Ottanta, quando anche il negoziatore inglese Terry Waite, che aveva tentato un contatto con la Jihad islamica a Beirut, finì preso in ostaggio e rimase prigioniero per anni.
Tullio Giannotti

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