Venerdì 14 Dicembre 2018 | 02:07

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«I bimbi svenivano per la sete e loro ridevano». I racconti delle mamme a tu per tu con la ferocia

il dolore dei parenti delle vittime di Ossezia ROMA - Tenendo per i capelli un ostaggio che ha appena ammazzato a sangue freddo con un colpo alla testa davanti a tutti, il terrorista grida alla sua platea muta e impietrita di bimbi e madri: «Se un solo bambino accenna anche un solo lamento, uccideremo un altro ostaggio!». E' un catalogo di ferocia e crudeltà spaventosa quello che continua ad alimentarsi dai racconti delle madri e delle insegnanti sopravvissuti all'inferno della scuola Numero 1 di Beslan, in Ossezia del Nord, conclusosi con un'apocalisse di fuoco ed un bilancio ancora non definitivo che sfiora i 350 morti.
La testimonianza, pubblicata sul sito online di FoxNews, è di una giovane mamma, Alla Gadieyeva, 24 anni, che ha accettato di raccontare, di rivelare qualche scheggia di quell'inferno mentre sta distesa a terra in preda allo sfinimento, ma con il sollievo di essere sopravvissuta insieme al suo bimbo di sette anni ed alla madre. L'hanno infatti appena rassicurata che loro sono vivi.
Alla, con la madre Irina sta accompagnando il piccolo Zaur per il suo primo giorno di scuola quando scatta l'attacco dei terroristi: «Mi sembrava che stessero scoppiando dei palloncini», ricorda Alla, prima che nel cortile della scuola appaiano gli uomini armati e mascherati che sparano in aria e ordinano a tutti di entrare nell'edificio di corsa. Dappertutto si sentono le grida e i pianti di terrore degli adulti e dei ragazzi, i gemiti terrorizzati dei bambini.
Una volta all'interno dell'edificio, tutti gli ostaggi sono obbligati a rannicchiarsi con le dita intrecciate dietro la testa. Subito, racconta la donna, i terroristi confiscano tutti i telefoni cellulari, facendoli a pezzi. Poi un terrorista lancia un avvertimento, un primo assaggio di spietata ferocia: «Se troviamo che qualcuno di voi nasconde un cellulare, 20 persone saranno uccise intorno a lui».
Il primo giorno c'è una distribuzione di un po' d'acqua. A ognuna delle oltre mille persone tocca qualche goccia, poi più niente. Passano le ore, il caldo nella palestra è insopportabile, manca l'acqua, la paura si taglia col coltello. «Mia madre era in preda al terrore, pensavo stesse per avere un infarto. Poi quando ho visto mia madre e il mio bambino perdere conoscenza, spossati e disidratati, volevo che finisse tutto lì, quell'istante!». Se qualcuno osa chiedere dell'acqua, ricorda Alla, i terroristi ridono. «Quando i bambini hanno cominciato a svenire, loro si facevano una risata». Alla conferma che per calmare la sete, ci si trova costretti a bere la propria urina. Il piccolo Zaur è così atterrito, racconta la mamma, che basta sfiorarlo per farlo ritrarre. Non c'è vero sonno, ma uno stato di semiveglia, misto a sfinimento.
Alcuni terroristi si tolgono la maschera, hanno barbe e capelli lunghi, un inconfondibile accento ceceno. «Non sono esseri umani. Non mi riesco a capacitare di quanto ci hanno fatto!», si sfoga la donna, che ancora giace all'ombra di una albero.
L'epilogo poi piomba su tutti improvvisamente, ed il regno del terrore silenzioso si trasforma nel caos. Gli eventi, come il crepitio delle armi, le esplosioni, le grida, il panico, precipitano tutt'intorno, e Alla non ha modo di capire cosa stia succedendo. Ma per la prima volta nota che la crudeltà dei terroristi ha perso la freddezza ed il controllo, e le loro voci e gesti ora tradiscono agitazione: «Spareremo fino a quando non avremo finito i colpi - grida uno di loro - e quando le armi si svuoteranno, faremo saltare l'edificio».
I bambini escono dalla breccia apertasi nel muro della palestra. Nel fuggi-fuggi Alla aiuta sua madre ed il suo piccolo Zaur ad uscire dalla finestra, ma per lei non è ancora arrivato il momento: nella confusione si aggrappa a lei disperato un bambino di sei anni, che la tiene «come se non mi volesse lasciare mai più. Poi, finalmente appaiono i primi Spetznazt alle finestre «Non ci credevo! Pensavo fossero ceceni». Poi la conferma che l'incubo, per lei, è finito: «Tutto ok, sei a casa», le dice rassicurante il militare.
Fuori dalla scuola, intanto, sul praticello si formano le lunghe file di cadaveri, allineati per la conta ed il tetro rito del riconoscimento. Presto diventano centinaia e centinaia. Un bilancio che probabilmente non ha risparmiato nessuna famiglia nella piccolo Beslan, 30.000 abitanti appena.

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