Venerdì 14 Dicembre 2018 | 15:42

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Ecco i cambiamenti previsti dalla nuova legge

Nuove regole per l'immigrazione, modifiche e decreti attuativi che limano la Bossi-Fini e puntano a sanare la crepa aperta dalla censura della Corte Costituzionale emessa il 16 di luglio.
Il Consiglio dei Ministri ha infatti oggi approvato la modifica all'articolo 1 del decreto Bossi-Fini. Sarà, quindi, il giudice di pace e non più il giudice monocratico ad avere competenza in materia di espulsione degli immigrati clandestini. È stato, invece, momentaneamente stralciato l'articolo 2 del decreto, ovvero quello riguardante i centri di accoglienza all'estero. Il Consiglio dei Ministri ha deciso di rimandare l'esame della questione al momento in cui il decreto verrà convertito in legge.
Una modifica che incide radicalmente sulla legge per l'immigrazione messa a punto il 30 luglio 2002 e che prevedeva l'ingresso in Italia del solo straniero che ha già in tasca un contratto di lavoro. Ma non solo.
Ecco i punti cardine della legge, a cominciare dalla diminuzione da tre a due anni della durata del permesso di soggiorno, all'introduzione di un reato per il clandestino che rientra in Italia nonostante sia stato espulso, fino alla sanatoria per colf e badanti irregolari. Una riforma dell'immigrazione che porta la firma dei ministri Bossi e Fini, approvata in sostituzione della precedente legge dell'Ulivo Turco-Napolitano.

PERMESSO DI SOGGIORNO
Viene concesso solo allo straniero che ha già un contratto di lavoro. Le ambasciate e i consolati italiani fungono da «uffici di collocamento», cercando di soddisfare le richieste di imprese e di famiglie alla ricerca di colf. Il permesso di soggiorno dura due anni; se nel frattempo lo straniero ha perso il lavoro deve tornare in patria, altrimenti diventa irregolare.

QUOTE
Entro il 30 novembre il presidente del Consiglio, sentita la Conferenza unificata Stato-Regioni, pubblica il decreto con le quote flussi, cioè il numero di extracomunitari che possono entrare. Il decreto però è facoltativo, e teoricamente per un anno si potrebbe decidere di non far entrare altri stranieri o di fare un'altra sanatoria.

COLF E BADANTI
È possibile sanare una colf a famiglia nonché un numero illimitato di badanti purché venga certificata la presenza di anziani o disabili che ne hanno bisogno.
La denuncia (dichiarazione di emersione) dovrà essere presentata entro due mesi dall'entrata in vigore della nuova legge alla Prefettura-Ufficio territoriale del Governo competente per territorio.

CONTRIBUTI INPS
Gli immigrati extracomunitari per i quali sono stati versati anche meno di cinque anni di contributi potranno riscattarli soltanto quando avranno raggiunto i 65 anni.

RICONGIUNGIMENTI
Il cittadino extracomunitario, in regola con i permessi, può chiedere di essere raggiunto dal coniuge, dal figlio minore, o dai figli maggiorenni purché a carico e a condizione che non possano provvedere al proprio sostentamento. Possono inoltre entrare in Italia i genitori degli extracomunitari a condizione che abbiano compiuto i 65 anni e se nessun altro figlio possa provvedere al loro sostentamento.

MINORI
I minori non accompagnati da nessun parente che sono ammessi per almeno tre anni a un progetto di integrazione sociale e civile di un ente pubblico o privato, hanno il permesso di soggiorno al compimento dei diciotto anni. Una volta maggiorenne è l'ente gestore del progetto a dover garantire e provare che il ragazzo si trovava in Italia da non meno di quattro anni, che aveva seguito il progetto di integrazione da non meno di tre, che ha una casa e che frequenta corsi di studio oppure lavora. O, ancora, che è in possesso di un contratto di lavoro anche se non ha ancora iniziato l'attività. I permessi di soggiorno rilasciati a minori ed ex minori dovranno essere sottratti alle quote d'ingresso definite annualmente.

L'ESPULSIONE DEGLI «IRREGOLARI»
Un extracomunitario in possesso di documenti ma senza permesso di soggiorno in Italia è definito dalla legge «irregolare». Le forze dell'ordine, previa convalida della Magistratura dopo l'intervento della Corte Costituzionale, ne può disporne l'espulsione mediante «accompagnamento alla frontiera»: l'imbarco su una nave o su un aereo diretti al Paese di provenienza quando non è possibile fargli materialmente passare il confine.

I CTP E IL RIMPATRIO DEI «CLANDESTINI»
Gli immigrati clandestini sono coloro che non hanno documenti di identità, oltre ad essere privi del permesso di soggiorno in Italia. Quando scoperti vengono condotti negli appositi Ctp (Centri di permanenza temporanea) dove possono restare non più di 60 giorni in attesa che ne sia accertata l'identità e/o il Paese di provenienza. Una volta individuato il quale viene loro intimato il rimpatrio entro tre giorni. Per prevenire l'immigrazione clandestina il ministero dell'Interno può inviare presso ambasciate e consolati funzionari di polizia esperti.
Ed è proprio su questi ultimi punti della legge che si apre una vera e propria crepa. Il 16 di luglio di quest'anno, infatti, due pronunce della Corte Costituzionale dichiarano il provvedimento illegittimo «laddove prevede che il clandestino possa essere espulso dal nostro Paese senza stabilire che il giudizio di convalida del provvedimento del questore debba svolgersi in contraddittorio prima dell'accompagnamento alla frontiera, con le garanzie della difesa».
La legge è dichiarata incostituzionale anche nella parte in cui prevede l'arresto obbligatorio in flagranza di reato per lo straniero che, senza giustificato motivo, non abbia rispettato l'ordine del questore di lasciare il territorio nazionale entro cinque giorni.
In particolare, nella sentenza 222 redatta da Guido Neppi Modona, i giudici costituzionali hanno dichiarato «l'illegittimità costituzionale dell'art. 13, comma 5-bis, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (testo unico delle disposizioni sulla disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), introdotto dall'art. 2 del decreto legge 51 del 2002 (sull'accompagnamento coatto alla frontiera) nella parte in cui non prevede che il giudizio di convalida debba svolgersi in contraddittorio prima dell'esecuzione del provvedimento di accompagnamento alla frontiera, con le garanzie della difesa».
Secondo i giudici costituzionali l'art. 13 comma 5 bis va dichiarato illegittimo perché «lo straniero» che «viene allontanato coattivamente dal territorio nazionale senza che il giudice abbia potuto pronunciarsi sul provvedimento restrittivo della sua libertà personale» fa vanificare «la garanzia contenuta nel terzo comma dell'art. 13 della Costituzione e cioè la perdita di effetti del provvedimento nel caso di diniego o di mancata convalida ad opera dell'autorità giudiziaria nelle successive quarantotto ore». E non è solo violata la «libertà personale» ma anche il «diritto di difesa dello straniero nel suo nucleo incomprimibile».
Per la Consulta, ancora, è «irragionevole» disporre misure coercitive che «possono essere applicate solo quando si procede per un delitto» e in particolare per i delitti per i quali la legge prevede pene gravissime come «l'ergastolo». La norma censurata prevede invece l'arresto obbligatorio per un reato contravvenzionale, ovvero non aver ottemperato all'ordine del Questore di lasciare il territorio nazionale.
Ne consegue, secondo la Corte, che il «giudice chiamato a pronunciarsi sulla convalida dell'arresto per il reato di cui all'art. 14 del decreto del '98, deve comunque disporre l'immediata liberazione dell'arrestato, ove non vi abbia già provveduto il pubblico ministero».
Secondo i giudici della Consulta, inoltre, «l'arresto obbligatorio è privo di qualsiasi sbocco sul terreno processuale. È una misura fine a se stessa, che non potrà mai trasformarsi nella custodia cautelare in carcere, né in qualsiasi altra misura coercitiva, e non trova alcuna copertura costituzionale».
«In particolare, a norma dell'art. 13, terzo comma, della Costituzione, all'autorità di Polizia è consentito adottare provvedimenti provvisori restrittivi della libertà personale solo quando abbiano natura servente rispetto alla tutela delle esigenze previste dalla Costituzione, tra cui in primo luogo quelle connesse al perseguimento delle finalità del processo penale, tali da giustificare, nel bilanciamento tra interessi meritevoli di tutela, il temporaneo sacrificio della libertà personale in vista dell'intervento dell'autorità giudiziaria».

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