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Sui volti dei bambini, la tragedia di una bolgia dantesca

Bambini vittime attentato terroristico scuola Ossezia MOSCA - Inseguiti, come in una orrenda favola terrorizzante, dalle streghe in nero che vogliono ucciderli, quasi nudi, assetati, alcuni sanguinanti: le immagini della fuga degli innocenti dalla scuola maledetta di Beslan colpiscono con la forza di un maglio, e raccontano di una crudeltà senza appello e senza remore. Ma ancor peggiori sono le immagini che gli obiettivi non possono, almeno per ora, raccontare, quella distesa di grandi e piccoli cadaveri sul pavimento della palestra in rovina.
In mutande - da tre giorni erano chiusi a centinaia in una soffocante palestra, senza cibo né acqua - bambini di tutte le età, di tutte le taglie, corrono verso il rassicurante cordone di Omon, le forze speciali della polizia russa, che li caricano a braccia e li portano lontano, il più lontano possibile da quel fumo, da quegli spari, da quelle esplosioni assordanti. Un soldato stringe in un braccio un piccolo che si aggrappa come se volesse nascondersi dentro il suo salvatore. Nell'altra mano tiene un kalashnikov, nelle gambe la fretta di uscire dall'incubo col suo fardello. Negli occhi di entrambi, un terrore incredulo.
Il forte odore della cordite permea la zona, il suono delle raffiche è incessante. Nella zona sicura, la confusione di barelle e ambulanze, la rapida corsa dei soldati che vanno a prendere posizione, il passaggio incessante delle bottiglie d'acqua, prima richiesta degli scampati al massacro. Una bambina magra, la testa coperta da una grossa fasciatura sporca di sangue, stringe una bottiglia vuota mentre quello che sembra essere il padre la carica con cautela su una vecchia zhigulì. Quel gesto racconta tre giorni di sete, fame, terrore.
Bambini vittime attentato terroristico scuola Ossezia
Un Omon appare tra le nuvole di fumo con in braccio, uno per parte, due ragazzi alti quasi quanto lui. Non sembrano feriti: li poggia un attimo a terra, poi, in un ripensamento, li riprende in braccio e continua la sua corsa. Un bimbo di nove anni urla la sua paura all'aria, sotto gli occhi di una coetanea dalla schiena sanguinante.
Oltre la portata delle pallottole, una donna in abito rosso - un vestito da grande occasione, tre giorni fa era andata alla festa di inizio dell'anno scolastico - crolla a faccia in giù su una barella e viene portata via. Le barelle sono ovunque, a centinaia. Fra quelle rimaste vuote si aggira con l'aria sperduta una donna robusta, di mezza età. Ha un gesto sconsolato: dovrà cercare ancora, altrove.
Più indietro, una barella con il corpo insanguinato di un bambino sui 12-13 anni, le mutandine rosse come i rivoli che gli corrono sulle gambe. Solleva una mano: è vivo. Poco oltre nel tempo e nello spazio, un altro corpicino così somigliante nella sua ferita nudità non potrà fare altrettanto. Si intravede dietro di lui una lunga fila di portantine coperte da lenzuoli, finché una soldatessa, le guance rigate di lacrime proprie e di sangue non suo, allontana con un gesto rabbioso la telecamera.

Bambini vittime attentato terroristico scuola OsseziaSono le immagini del caos dantesco della scuola maledetta, dove madri in lutto si sono trasformate in assassine di altri bimbi: due di queste hanno tentato fino all'ultimo di portare con sè, in un'unica esplosione, i bambini in fuga, inseguendoli fino all'esterno dell'edificio scolastico. Hanno fallito, e si sono spogliate dell'abito nero delle kamikaze per mimetizzarsi in quello bianco delle infermiere, inseguite da un elicottero.
Fra i cittadini di Beslan, facce scure. Spuntano i fucili, qualcuno affianca i soldati. Provocheranno più problemi di quanto non diano aiuto, ma non si può ragionare con la collera sorda che li anima. Altri si affollano ai lati del viale degli scampati, alla ricerca di visi noti. Una madre che tiene fra le braccia un neonato inerte, forse addormentato, forse svenuto, vaga per qualche tempo senza meta, lo sguardo vuoto. Si accascia su un prato, dove una mano caritatevole porge l'agognata bottiglia d'acqua. Per lei l'incubo dovrebbe essere al termine: ma l'espressione lo smentisce.
A lato della palestra del massacro, il cui tetto è sfondato come le finestre, sono accovacciati pompieri e soccorritori. Da varie parti dell'edificio si alzano colonne di fumo, il tamburellare incessante degli spari indica che si combatte ancora, metro per metro, dentro la scuola.
Passano i minuti, le ore, a tratti sembrano volare fra i colpi, le immagini strazianti, le voci che passano da gruppo a gruppo, a tratti si cristallizzano in un attesa eterna. In troppi sono sempre senza risposte: un capannello di uomini si forma accanto ad alcuni ufficiali, prima per chiedere, poi per esigere informazioni. Molti passeranno le prossime ore in giro per gli ospedali, forse dovranno combattere con ottusi silenzi burocratici per avere notizie dei congiunti.
Sul prato di fronte alla scuola qualcuno ha steso lenzuola bianche su due forme accasciate. Una è davvero piccola, davvero leggera per chi la carica sulla barella. E' un bambino per il quale a fiaba nera delle streghe di Beslan non avrà più fine.
Beatrice Ottaviano

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