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L'incubo della strage al teatro di Mosca

strage con il gas al teatro di Mosca MOSCA - Si aggirano per Beslan come ombre, senza trovare un centro di accoglienza, i genitori dei bambini e dei ragazzi prigionieri dell'odio nella scuola numero 1. Pochi hanno voglia di parlare, quelli che lo fanno si lamentano, protestano e cercano di esorcizzare l'incubo: quello di un bis Dubrovka, il teatro di Mosca, dove un altro commando terroristico, nell'ottobre 2002, fece man bassa di ostaggi e dove alla fine le teste di cuoio del gruppo Alfa irruppero con la forza salvando 650 persone, ma provocando la morte di altre 130, avvelenate da un misterioso gas. (nella foto alcune delle donne kamikaze morte durante il blitz)
Un'esperienza da non ripetere, chiedono oggi al presidente Vladimir Putin i familiari degli ostaggi di Beslan, a metà strada tra l'intimazione e la supplica, malgrado il grande consenso al pugno di ferro contro il separatismo ceceno che pervade l'animo della maggioranza dei russi. Un appello contenuto anche in un video, consegnato in queste ore al primo e al terzo canale della tv russa, ma non ancora andato in onda. Le rassicurazioni odierne di Putin non bastano. La richiesta dei parenti è - nè più nè meno - quella di abbandonare la linea della fermezza e di accettare la trattativa. Anzi, di accettare «qualsiasi condizione» i sequestratori pongano pur di salvare i bambini.
La solidarietà di chi al Dubrovka perse qualche persona cara in nome della ragion di Stato è stata immediata. I coniugi Tatiana e Serghiei Karpov, combattivi promotori di un'associazione di familiari delle vittime del teatro che in quell'ottobre 2002 videro morire intossicato un figlio di 30 anni, Sasha, si sono fatti avanti per sollecitare il negoziato, anche di fronte alle pretese apparentemente più innegoziabili. Secondo loro, un compromesso «è sempre possibile», e in ogni caso «le vite umane valgono di più». Figurarsi quelle di bambini.
Anche i Karpov hanno voluto lanciare un appello a Putin affinché questa volta faccia prevalere il cuore di padre anziché la freddezza dell'uomo forte, «dimostri compassione per i bambini di Beslan» e «faccia tutto il possibile perché non si ripeta la tragedia» del Dubrovka.
C'è però chi non ci crede. Chi resta convinto che, allevato nella fucina del vecchio Kgb sovietico, Putin non sarà in grado di liberarsi da una tradizione di rigore che per decenni «non si è curata certo delle perdite di vite umane», semmai vi ha contribuito: Valentina Melnikova, per esempio, guida storica dell'Unione delle madri dei soldati, un'organizzazione che in tutta la Russia, dalla Cecenia alle più remote province di frontiera, si batte da anni in difesa dei diritti dei militari, soprattutto di leva, e contro la guerra.
«Sulla sorte dei piccoli di Beslan non sono ottimista», confida all'Ansa Melnikova, atterrita dal pericolo di un nuovo bagno di sangue nonostante le promesse del presidente di voler evitare il blitz e gli spiragli delle ultimissime ore. «E' assai improbabile - dice - che possa ripetersi lo scenario del '95 quando ai guerriglieri ceceni di Shamil Basaiev, che avevano occupato l'ospedale di Budionnovsk prendendo 2000 ostaggi, i federali lasciarono alla fine un corridoio di fuga».
Secondo la portavoce, oggi in Russia non c'è un uomo che possa assumersi la responsabilità di una trattativa con i sequestratori, come fece in quell'occasione il primo ministro di Ieltsin, Viktor Cernomyrdin. «L'attuale presidente ha sempre dichiarato di non accettare nemmeno l'idea di un accordo con i terroristi», osserva Melnikova. «Ma quel che è peggio - prosegue - è che, coerentemente con il suo passato di colonnello del Kgb, Putin, al di là delle parole di circostanza, non ha come obiettivo prioritario quello di salvare le vite umane. E nemmeno la presenza nella scuola di Beslan di tanti bambini può cambiare questa amara realtà».
L'incuranza del potere per le sofferenze dei suoi sudditi - sostiene la portavoce - è del resto una caratteristica antica della storia russa. «Lo dimostra tra l'altro - prosegue - il rifiuto di accogliere specialisti stranieri in situazioni d' emergenza che sono poi precipitate in catastrofe: come accadde nel 2000 con il sommergibile nucleare Kursk, che seppellì in fondo al mare l'intero equipaggio di 118 marinai».
Secondo Melnikova, l'irresponsabilità del Cremlino è d'altronde favorita dalla quasi totale disinformazione dei russi riguardo al conflitto ceceno. «Della guerra ripresa nel 1999 - denuncia - la tv di Stato non fa ormai vedere praticamente nulla».

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