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E Bush: «Sono l'uomo che fa la storia»

WASHINGTON - Almeno 200mila persone sfilano a New York contro le politiche del presidente George W. Bush: la contestazione pacifista e la protesta democratica precedono l'avvio della convention repubblicana. Ma Bush manda alla folla che marcia davanti al Madison Square Garden un messaggio forte: «Io sono l'Uomo che fa la storia», dice a «Time Magazine».
La convention che va in scena da domani sulle tv d'America, è stata tutta studiata per mettere in mostra la leadership del presidente Bush, puntando sulla lotta contro il terrorismo e mettendo la sordina agli «errori di valutazione» sull'Iraq, che gli americani pagano in perdite giorno dopo giorno.
L'obiettivo di varare l'agenda del partito per le elezioni del 2 novembre e il prossimo quadriennio resta in secondo piano in una coreografia da «culto della personalità», dove tutto punta a esaltare il capo. Dal successo di Bush, del resto, dipende la leadership repubblicana: lo sa bene il suo vice, Dick Cheney, che, in maniche di camicia, parla da Ellis Island, l'approdo degli emigranti, del sogno americano.

Repubblicani galvanizzati

I repubblicani arrivano a New York galvanizzati da numerosi segnali concordi, che i sondaggi riflettono: il presidente, nelle ultime due settimane, ha riguadagnato terreno sul rivale democratico John Kerry, grazie alla campagna di denigrazione dell'avversario condotta da suoi fiancheggiatori.
Degli spot anti-Kerry, che gettano fango sul passato da eroe di guerra in Vietnam del candidato democratico, i repubblicani non sono affatto pentiti: la first lady Laura Bush ritiene che non siano «proprio scorretti»: «Ci sono stati milioni di spot terribili contro mio marito», dice Laura, trascurando la differenza che W., all'epoca giovanotto senz'arte né parte, s'era imboscato nella Guardia Nazionale grazie ai soldi, e all'influenza, di papà George, che, invece, il suo dovere l'aveva fatto per intero nella seconda guerra mondiale.
Gli strateghi repubblicani, osserva in modo analogo tutta la stampa americana, vogliono sfruttare la convention per cloroformizzare l'insoddisfazione dell'opinione pubblica sull'Iraq e sull'economia e per ridurre il confronto elettorale alla sfida tra un presidente determinato ad agire e un rivale che tentenna su ogni problema.
Non a caso, il messaggio deve partire dalla città martire degli attacchi terroristici dell'11 Settembre 2001: una città che, a novembre, voterà per Kerry in modo massiccio - nessuno ne dubita e i repubblicani non pensano di avere qui una chance di vincere -, ma che trasmette, al resto dell'America, l'orrore delle stragi, l'angoscia della minaccia e la necessità di una risposta ferma incarnata da Bush.
Un ruolo che il presidente s'assume a pieno, nella ridda d'interviste che dà: «Io non sono uno storico. Io sono l'Uomo che fa la storia": dice al settimanale Time, parlando della guerra al terrorismo che è «uno scontro ideologico di lunga durata».

L'ammissione degli errori

Sull'Iraq, Bush, che, nei giorni scorsi, ha ammesso di avere «mal calcolato» i rischi del dopoguerra, non ha pentimenti: «Se lo dovessimo rifare, però, guarderemmo alle conseguenze di ottenere la vittoria in modo così rapido che un nemico che avrebbe dovuto arrendersi o essere sconfitto è invece riuscito a scappare ed è sopravvissuto per riprendere a combattere».
E quanto alle cose imparate negli anni Casa Bianca, il presidente dice di avere scoperto che «Washington è un posto molto peggiore di quanto mi ero immaginato, dominato da interessi speciali. Ne sono rimasto sorpreso».
Ma, a parte scenografie partigiane e atteggiamenti volitivi, il Bush dell'estate 2004 non è più, agli occhi dell'America, scrive in un'analisi di prima pagina il Washington Post, «il leader forte e praticamente indiscusso del novembre '02», quando aveva vinto le elezioni di mid-term, sempre insidiose per il partito al potere; aveva avuto dal Congresso via libera sull'uso della forza contro l'Iraq e aveva tagliato le tasse a tutti gli americani, più ai ricchi che ai poveri.
Oggi, dice il WP, Bush è vulnerabile, appare battibile, anche se Kerry, che seguirà la convention dall'isola di Nantucket, al largo del Massachusetts, deve rimettere in carreggiata la sua campagna, dopo qualche sbandata.
Secondo il New York Times, il presidente, proprio perché consapevole di potere essere sconfitto, ha di nuovo preso in mano la campagna per le elezioni 2004, come fece nel 2000 e nel 2002: Bush avverte l'esigenza, e l'urgenza, di offrire il meglio del suo messaggio conservatore e misericordioso che è la sua immagine di leader deciso e decisionista, quali che siano le decisioni prese.
Mentre New York è tutta un fermento di proteste e preparativi, il presidente ha oggi proseguito l'avvicinamento alla convention con un comizio in West Virginia. Ma, prima, è andato alla funzione della domenica a St. John, la chiesa dei presidenti, proprio di fronte alla Casa Bianca, e ha fatto un giro sulla mountain bike. Alla convention e alle elezioni, Bush vuole arrivare in buona forma, spirituale e fisica.
Giampiero Gramaglia

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